Il magico mondo delle skills

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In veste di chi mi sento autorizzata a dare consigli? Di che cosa sto parlando? Cosa voglio raccontare? Cosa voglio insegnare? Sono queste le domande che mi frullano nella testa. Un po’ di tempo fa un amico mi ha consigliato di partecipare ad un contest letterario organizzato dalla nostra università. L’idea mi ha attirato, mi ha stimolato, ma dal mio cervello pare non essere uscito nulla di produttivo, nulla di utile, nulla di vero e spontaneo. Per anni ho scritto e mi è piaciuto scrivere, e mi piaceva perché mi veniva spontaneo, buttare giù qualche riga per quel contest per me è stato come fare una serie di piccoli rutti, quelli che si fanno quando non si digerisce bene qualcosa e si è ad un passo dal vomito. Ho abbandonato l’idea ma questo mi ha portato a chiedermi se fossi ancora capace di scrivere, se avessi ancora quella dote. Da quando ho iniziato fisica ho accantonato/perso man mano le mie “doti naturali”, istintive, per così dire, e ho sviluppato molte skills di un genere che non sapevo nemmeno che esistesse. L’impegno, l’organizzazione, la costanza, la capacità di approcciarsi in modo diverso a problemi diversi, il fatto di cominciare da zero e provare ad imparare senza esprimere troppi giudizi su se stessi. Sono tutte cose che bisogna continuamente cercare di allenare e migliorare, non hanno nulla a che fare con quei talenti che si hanno dalla nascita. So che non diventerò un’eccellente fisica, ma so che ho la capacità di affrontare determinate situazioni, che posso sviluppare molti approcci diversi in base al contesto e alla necessità. Non pensavo fosse quello che volevo dalla fisica ma lo sto scoprendo man mano. E’ una materia che si lascia scoprire e che ti permette di scoprirti. Conoscersi è importante nella vita, nella propria carriera. Per questo credo sia importante abbattere quelle finte certezze sul talento, sull’essere portati, sull’avere una predisposizione. Sono cose che esistono, ma il fatto che spesso costituiscano una strada comoda non le rende la strada giusta per voi. Che poi cosa significa “strada giusta”? Una strada cambia, evolve, cresce, si dirama e si struttura in modi tanto più complessi quanto glie lo concediamo. Tutto il discorso è per dire che non è necessario decidere di fare quello in cui si è bravi o in cui si crede di essere bravi, non è sbagliato, ma non è sbagliato neanche decidere di barcamenarsi in qualcosa di del tutto nuovo e che può, eventualmente, aprire una porta su qualcosa di voi che ancora non conoscevate, con il quale non eravate minimamente confidenti.
Ed ora arriviamo al nocciolo di tutta questa digressione. Io da sempre ho stabilito di essere una brava scrittrice, per così dire, ed una piccola dimostrazione del contrario mi ha messo in crisi. Perché improvvisamente ho sentito come se non avessi più nulla a cui aggrapparmi. Mi sono sentita come se fossi destinata ad essere mediocre in ogni cosa che facevo. Ho guardato video di Youtubers, e letto articoli di persone capaci, capaci sia di comunicare che di informarsi, di preparare un discorso con una logica, uno sviluppo, una base profonda di ricerca alle spalle (in diversi ambiti). E mi sono chiesta, che cazzo lo tieni a fare un blog? Cosa dici alle persone? A cosa serve quello che fai? Come posso nel futuro riuscire a fare qualcosa che mi gratifichi, mi realizzi e che possa essere utile? La risposta non è arrivata ancora, ma se c’è una cosa che mi viene bene è rimuginare, per cui il discorso non finirà qua, con tutta questa serie di punti di domanda.
E’ spaventoso dover guardare in prospettiva, ecco perché la stragrande maggioranza delle persone predilige risposte semplici a problemi complessi, perché approfondire è pesante, è faticoso. Ti fa sentire figo leggerti mezzo articolo in più ma in realtà continui a non saperne un cazzo, a brancolare in informazioni acquisite parzialmente e alla rinfusa. Per guardare in là bisogna sforzarsi di avere una visione d’insieme e, anche se non lo si comprende, di rendersi conto che è pieno di variabili in gioco, di trame intricate e strutturate che non riusciremo mai a vedere del tutto, neanche focalizzandoci una vita intera su una di loro. Per questo è meglio fare finta che le cose siano bianche o nere, che ci siano i buoni o i cattivi e vomitare giudizi e opinioni a caso su cose che non si conoscono bene.
Spero di avere almeno l’umiltà di impegnarmi a capire, per ora non moltissima, vorrei solo che mi fosse tutto chiaro, che le cose che mi piacciono e mi appassionano mi venissero spontanee. Un po’ questa contaminazione mi è rimasta e l’idea di dovermi impegnare in una cosa nella quale, in un futuro, potrei non essere dannatamente brava, o per la quale non sono portata, mi spaventa. Mi spaventa a morte. E vedete anche qui è sbagliato. Non c’è niente di più bello di imparare e di cambiare, facendo spesso qualcosa per cui “non si è portati” si potrebbe finire col saper fare molte cose diverse.
Sempre con lo spirito di chi sa di non sapere, e allora sbatte la testa, chiede, cerca, tenta e ritenta e pian piano scopre tanti piccoli mondi, sia fuori che dentro di sé.

Camilla

Detox percettivo

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Ho pensato di trattare un argomento un po’ diverso questa volta. E’ inutile che faccia la guru della motivazione se poi di fatto ho la forza mentale di un fagiolo. Stare chiusi in casa comporta malauguratamente (o per fortuna) l’innescarsi di riflessioni su sé stessi. Credo sia proprio dovuto al fatto di poter osservare in un ambito più ristretto il nostro umore, il nostro comportamento. Si ha la possibilità di circoscrivere i propri problemi e renderli accessibili ed analizzabili. Nella vita di tutti i giorni, strapiena di interazioni sociali, di imprevisti, di variabili sarebbe troppo difficile e magari troppo stancante. Attenzione, perdersi in lunghi monologhi interiori non è sbagliato, rimuginare sui propri limiti, sui propri difetti e sulla propria visione delle cose può essere frustrante e rivelatore in un certo senso. Quelli da evitare (e qui siamo tutti d’accordo), sono i pensieri a vuoto, i pensieri non fini a sé stessi ma che germogliano su ansie ed insicurezze con lo scopo di alimentarle.

Introduco così l’argomento della percezione del proprio corpo e di tutto ciò che ne consegue e ne voglio parlare perché penso di non essere l’unica ad aver bisogno di buttare via un po’ di spazzatura mentale relativa a questa faccenda.

Ho passato diversi mesi ad usare il cibo come valvola di sfogo, ogni pranzo era un’occasione per concentrarmi su qualcos’altro. Mangiare e bere si intende, l’alcol ha la sua bella responsabilità in tutto ciò. E ho cominciato ad andare ben oltre i miei limiti, più e più volte, ogni pranzo in famiglia, ogni uscita a cena diventava un momento per ingozzarmi, per superare ampiamente il livello della sazietà. Ho iniziato a stare male, a mangiare così tanto da dover buttare fuori tutto dopo, intenzionalmente, come se sentissi di aver sovraccaricato il mio corpo e il mio stomaco non poteva farcela. Le volte che non lo facevo impiegavo una vita ad assimilare e digerire quello che avevo mangiato. E non funzionava certo per dimagrire, alla fine dell’estate avevo raggiunto il mio massimo storico sulla bilancia. Questa cosa è diventata sempre più frustrante col tempo, nascondere la pancia con gonnelloni, avere l’ansia prima di ogni pasto perché sapevo che avrei esagerato e mi sarei fatta del male. Non mi sopportavo. E forse i miei limiti fisici, forse la stanchezza di affrontare queste situazioni mi hanno aiutato pian pianino a smetterla e a mangiare con più piacere, più calma e meno voracità. Attenzione, non vi sto parlando di bulimia, non è quello che ho superato, non so se ci sarei arrivata, può essere. Chiaramente questo è un post in cui riporto il mio vissuto, qualcuno potrebbe ritrovarsi, ma non pretendo di fornire rimedi o spiegazioni.

La prima cosa che mi ha aiutato a sbloccarmi è stata farlo per la mia salute. Stitichezza, fatica a digerire quello che mangiavo, la sensazione di esplodere dopo ogni pasto, non era così che volevo vivere il cibo, volevo viverlo in maniera normale e controllata, tutto lì. Questa quarantena mi sta aiutando incredibilmente a dimagrire, senza rispettare diete ferree, semplicemente evitando di mangiare in quel modo. Non è automatico e il fatto di essere in casa con qualcuno che cucina al posto mio e mi fa trovare pronti sempre degli ottimi piatti ha di certo un’influenza. Cerco di fare un po’ di esercizio tutti i giorni e mi sono pesata nelle ultime settimane senza pretese, giusto per tenere monitorato il mio peso ma nulla di più. L’ultima settimana ho messo su un chilo, un po’ di delusione, ma pace. Il chilo in più non se n’è andato, poco fa mi sono pesata ed oltre a lui c’era un altro suo amico, un altro chilo in più che mi prendeva a braccetto. E lì sì che non sono rimasta indifferente. Lo scorso weekend ho messo un vestito aderente, fiera di essere più snella del solito, sentendomi più magra del solito, oggi mi sono guardata e ho visto un corpo diverso da quello che volevo. Troppa pancia, troppa pancia, ma perché è così tanta? Non ho mangiato tanto di più. Poi ho pensato che nel giro di qualche giorno potevo anche aver messo su un chilo ma di certo la mia pancia non poteva aver subito dei cambiamenti così rilevanti. Ero solo io. Quegli occhiali che indosso quando sono insoddisfatta di me che mi fanno vedere un corpo che non mi piace, anche se non ha nulla di diverso da quello che poco tempo prima mi piaceva. E improvvisamente diventi brutta, e tutto diventa brutto e vorresti non mangiare per due giorni ma in realtà l’effetto è esattamente l’opposto, mangeresti di più per nervosismo e frustrazione.

Molte volte si è innescato questo meccanismo dentro di me. Un attimo prima bella, poi scatta qualcosa e sei brutta. Ora bella. Adesso brutta, e avanti così. Quello che più mi ha svilito è stato rendermi conto che quell’equilibrio che credevo di aver parzialmente raggiunto con il mio corpo e con quello che mangiavo era solo illusorio e che, da un momento all’altro, poteva crollare. Ed è quello che mi fa sentire così debole, così fallibile, il fatto di arrivare sempre allo stesso punto per ricominciare, di non avere mai una formula, un momento in cui posso dire “okay, è andata”, è un continuo tentare e so che sarà sempre così. Non è come un esame che basta studiare per un po’, magari farsi il culo e alla fine lo si passa. E’ più come la scienza in sé, ovvero non finisce mai, non si giunge mai al punto di conoscere tutto, bisogna andare avanti a provare e scoprire. Nel ramo della ricerca è molto più stimolante e poetico di quanto non lo sia il fatto di mettersi a dieta. Però ci siamo capiti. Non è un dramma. Sono fatta così, come la scienza per la sua natura intrinseca significa dubbio costante.

Il problema risiede nell’incessante lotta contro la propria indole, la propria natura. Migliorarsi, voler dimagrire, volersi prendere più cura di sé e del proprio corpo non è sbagliato, ma struggersi all’infinito per il fatto di doverci mettere impegno lo è. Farò fatica, farò sempre fatica, ci sono persone che riescono a mangiare il giusto e a fare attività fisica con la naturalezza con cui io instauro relazioni con gli altri e bevo lo spritz. Certo che è frustrante ma lo è ancor di più pensare che non dovrebbe esserlo, pensare che non è normale la difficoltà che abbiamo e che anche se ci impegniamo non saremo mai al livello degli altri. Non esistono livelli. C’è il mio livello, e il mio livello è cercare ogni giorno di fare quel piccolo sforzo, di fare quella ginnastica, di essere un po’ più attenta a quello che mangio, di non guardarmi allo specchio come se ogni mio passo falso si potesse riversare sul mio aspetto. Non è così. Basta colpevolizzarsi, la colpa e la scarsità di indulgenza verso di sé portano solo a più paura ed insicurezza verso qualsiasi obiettivo ci si ponga. E mettere su un chilo non è sbagliato come non è sbagliato volerlo perdere, l’equilibrio è importante, ed è importante dare alle cose il significato che hanno senza trovare pretesti per immergersi in una piscina di autovalutazioni negative.

Questa è un po’ la mia piccola esperienza in merito, e il modo in cui sto cercando di gestirla, e voglio partire per farlo dalla percezione che ho di me, credo sia quello che conta davvero.

 

Camilla

Insoddisfatti seriali

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Aspettavo di avere una sorta di illuminazione mistica, di svolta spirituale prima di scrivere un nuovo articolo. Sono stata particolarmente zen nelle ultime settimane, l’altro giorno vaneggiavo ammaliata dall’idea di comprarmi un kit per i tatuaggi henné. Volevo scrivere qualcosa di motivazionale, frutto di lunghi momenti di profonda introspezione. La svolta kung-fuica non è arrivata, ma in compenso è arrivata una favolosa tastiera wireless nuova di pacca e chi sono io per non sfruttarla? Quindi oggi, la giornata meno all’insegna dell’equilibrio mentale del mese, scriverò qualcosa che non sarà per niente illuminante e per questo vi chiedo scusa.

Stamattina mi sono alzata carica di entusiasmo e buoni propositi. Curioso come i buoni propositi nel corso di dodici ore possano sgretolarsi miseramente ridendoti in faccia mentre lo fanno. Riuscire ad affrontare un lungo periodo di quarantena significa assimilare una serie di deliziose abitudini e far sì che la routine diventi vostra amica. Ed è molto difficile, richiede un certo addestramento mentale. Il mio addestramento comincia la mattina quando decido di alzarmi alle 7 per fare esercizio fisico. E’ molto più comodo alla mattina, poi vedrai che energia, che carica che ti darà, la dopamina, fallo per la dopamina, dopo studierai con più entusiasmo e almeno se finisci tardi alla sera puoi riposarti al posto che metterti a fare addominali. Rimango a letto fino alle 7:30/8 e quando capisco che ho già iniziato a disprezzarmi un po’ allora mi alzo e vado a fare colazione. Mi porto su alla scrivania in camera la mia tazza di latte d’avena macchiato e lo degusto mentre scribacchio qualcosa sul diario o leggo un paio di pagine del mio libro. Decido di iniziare a studiare alle 9 perché così posso fare un’ora e mezza, pausa, un’altra ora e mezza e poi prima di pranzo uscire un attimo a prendere il sole. Rispondo a qualche messaggio, mando infiniti audio, leggo articoli del Post, guardo Breaking Italy, rispondo ad altri duemila messaggi, scopro fantastici filtri su Instagram. Inizio alle 10. Ora faccio un’intera prova d’esame di meccanica analitica e niente pause, adesso si fa sul serio. Per due ore rimango impantanata in un esercizio che sembrava tanto semplice e invece mi chiede addirittura di trovare le soluzioni alle equazioni del moto. Roba da matti. Scrivo a quindici persone diverse per chiedere aiuto e spiegazioni, le spiegazioni magari arrivano dopo un’oretta, oretta che ho passato ad imprecare. Tutto ciò per poi scoprire non senza amarezza che la tipologia di esercizi come quello in questione non saranno nella prova scritta. Faccio mente locale per un po’, tra un tic nervoso e l’altro mi chiedo quali dannatissimi esercizi dovrei mettermi a fare allora. Li trovo e mi dico, okay. Ora sei nervosa, esci a leggere un po’ al sole e poi appena dopo pranzo, alle 14:30 si riparte a manetta. Alle 16, dopo aver fatto non so cosa di preciso (probabilmente c’entrano ancora i filtri Instagram) e aver nuovamente mandato in vacca il mio progetto, mi metto a studiare. La storia avrà un lieto fine? Vi starete chiedendo. Beh, no. Mi blocco su un esercizio, chiedo in giro, nessuna risposta. Trovo consolazione e i tentativi delle mie amiche di tranquillizzarmi. Funzionano in parte, nonostante rimanga molto delusa dagli scarsi frutti della mia giornata di studio.

Per questo vi dico che la routine è fondamentale. Perché è un addestramento giornaliero per abituarsi a portare a termine i propri progetti, magari piccoli, ma con il preciso scopo di aiutarvi a raggiungere sempre degli obiettivi. Non importa che siano di poco conto o a breve termine. E’ l’abituarsi ad avere tante innocue scadenze quotidiane. Una sorta di To do list da cercare di completare. E credo sia importante innescare dentro di sé questo meccanismo, per imparare a ad avere più controllo sulle nostre decisioni, su come ci organizziamo, su come gestiamo il tempo a nostra disposizione, su come scegliamo di affrontare momenti di stress e frustrazione o contrattempi. I contrattempi ci sono sempre, io inciampo continuamente negli imprevisti, ma bisogna trovare il modo di arginarli e seguire il proprio programma. Il discorso che sta dietro all’abitudine è il fatto di sviluppare automatismi da una parte, in modo che fare determinate cose col passare del tempo non costituisca più una forzatura, ma una necessità. Dall’altra parte invece si tratta proprio di autocontrollo, sviluppare la capacità di fare ciò che ci siamo prefissati senza che ci siano punizioni esterne, o scadenze imminenti, esami da dare o capi che ci sgridano se non svolgiamo il nostro lavoro. Siamo noi i capi di noi stessi, soprattutto in momenti come questi in cui abbiamo il totale libero arbitrio nell’organizzazione delle nostre giornate. Il che può anche voler dire capire quando è necessario staccare la testa un po’ da tutto.

Per quelli come me un’altra cosa che credo andrebbe imparata -e con la quale non ho ancora grande dimestichezza- è il ritagliarsi dello spazio per rilassarsi. Sembra una stronzata, vero? E invece io mi accorgo di approfittare della quantità di tempo che ho a disposizione per rendere più lungo, discontinuo e pesante quello che sto facendo, nello specifico quello che sto studiando. Quando so di avere un’intera giornata, se non ho un piano su come affrontarla, significa dare alla mia testa il via libera, lasciarla vagare, dirle che le è richiesto un qualche tipo di sforzo però non è ben precisato né tanto meno inquadrato in un certo intervallo temporale. E’ di fatto uno sforzo diffuso ed esteso a tutte le 10 ore che ho a disposizione, il che è molto più stancante, rende poco produttivi ed è terreno fertile per la frustrazione e l’insoddisfazione. La vittima migliore sono i procrastinatori che pensano che il “sé” di dopo sarà sempre, per qualche motivo, più volenteroso del “sé” di ora. E’ importante focalizzare le proprie energie e prendersi le giuste pause. Serve respirare, pensare ad altro, riposarsi, fare qualcosa di piacevole senza avere l’ansia di star buttando via del tempo prezioso. Quel piccolo momento che vi siete ritagliati è fatto apposta per permettervi di staccare. Cosa che non avviene quando ci si distrae o si cazzeggia nel bel mezzo del “dovere”, non si vive la distrazione con serenità ma con un sottile ed infimo senso di colpa che vi sta implorando di concludere quello che avete iniziato.

Quindi il sunto è questo: imparare ad organizzarsi ed imparare a rilassarsi. Quando io ci sarò riuscita sono certa che potrò scrivere qualcosa di molto più saggio in merito. Per ora ogni giorno riprovo da capo, passo dopo passo, cerco di costruire il mio piccolo schema mentale per nutrire un po’ di sana gratificazione verso quello che faccio. E spero per voi che il vostro sistema sia più efficace del mio.

Camilla

Alternative

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Ho pensato che questo strano periodo che stiamo vivendo una riflessione la merita. Anche se le mie riflessioni sono più introspettivi monologhi deliranti, ma ci proviamo. Mi sento molto stupida a soffrire così questa situazione. L’altro giorno leggevo dei profughi siriani, di migliaia di bambini che tentano il suicidio dalla disperazione per la miseria in cui vivono. Senza cibo, senza riparo, senza la possibilità di lavarsi, di andare in bagno, con le fogne che scorrono tra i loro letti sbattuti per terra, a volte sotto tende non impermeabili. Con il freddo già nel sangue più che sulla pelle. Dei bambini non dovrebbero neanche sapere cos’è il suicidio, non dovrebbero neanche pensare che esiste la morte e invece loro sì, loro tutti i giorni in faccia ce l’hanno, nel cuore ce l’hanno. E io qui, che piango. Che piango perché ho paura. Che piango perché mi sento sola o meglio sento di essere da sola con i miei pensieri. In un silenzio assordante in cui sprofonda il mio cervello, ogni secondo che passa sempre più giù. E vorrei solo avere la forza di fare qualcosa, di sfruttare questo tempo, di trasformare tutto questo in qualcosa di utile. Lo dovrei a quei bambini così tristi. Lo dovrei a chi, in questo momento, ha delle serie preoccupazioni perché non può più lavorare o ha una persona cara ammalata, a chi sta lavorando in ospedale fino a crollare stremato la sera senza la forza nemmeno di pensare. Io sono solo distante da tutto. Qua rinchiusa nella mia personale bolla di malessere. E vi dico che sono stanca. Sono stanca di dover piegare la mia vita al mio umore, e a ciò che la mia testa mi dice. Sono stanca. Sono stanca di dovermi sforzare di non essere triste, di non aver paura. Vorrei solo provare a fare del mio meglio senza avere un ostacolo così grande e così ostinato dentro di me.

Ma credo che la verità sia che ognuno sta vivendo questo momento con le sue personali difficoltà, con le sue intime paure e dubbi, alcuni di certo con problemi completamente slegati da questo virus e da quello che comporta. Penso a quei professori universitari e non che si stanno facendo in quattro per non lasciare da soli gli alunni, penso a chi non sta vivendo questo periodo come una vacanza ma come una situazione di difficoltà in cui è necessario stravolgere ogni schema e trovare soluzioni alternative. Il fatto è questo. Forse anche io mi ritrovo a dover trovare soluzioni alternative e non sono bravissima a cambiare. Non sono brava ad affidarmi solo a me stessa, ma in qualche modo andrà fatto. Speriamo che lo scopo di quest’epidemia sia di darci del tempo per riflettere su noi stessi, darci del tempo per capire quanto siamo onesti in ciò che facciamo. Spero per me stessa e per tutti coloro che come me si sentono così smarriti, che tutto questo tempo ci serva a concludere qualcosa, ad imparare qualcosa, ad allenarci a stare con noi e capire dove si sta andando.

Dovrei smetterla di distruggermi con i condizionali. Con una vagonata di dovrei, vorrei, avrei dovuto. Di chiedermi il perché di ciò che provo, di non accettare le mie paure e cercare di scacciarle con tutta l’energia che ho in corpo finché riuscirò per un istante a trovare la quiete, ma sarò distrutta dallo sforzo. Mio papà mi ha detto che bisogna fare le cose e basta a volte, e smetterla di struggersi se non siamo al 100%, smetterla di struggersi se non siamo felici, smetterla di chiedersi cosa c’è che non va, di chiedersi se siamo normali a stare così, smetterla di considerare tutto ciò un ostacolo. Non è un ostacolo, non lo deve essere. Sforziamoci di guardare le cose da lontano, mi diceva. Questo post è frutto di giornate intere passate ad analizzare tutto troppo da vicino, troppo da vicino per capirne il senso. E sono stufa di tentare di comprendere qualcosa che forse ha il solo scopo di farmi sentire così sola e confusa e debole. Sono stanca di sentirmi debole ed impotente davanti a me stessa. Dovrei essere io a decidere cosa fare e come affrontare le situazioni di difficoltà e tutti i pensieri e gli stati d’animo che esse comportano. E continuerò a soffrire per stupidaggini di poco conto, scusandomi silenziosamente con chi dei motivi per soffrire li ha davvero, e il mio misero tentativo sarà quello di cercare di ignorare ciò che provo e andare avanti. In qualche modo, tutti noi, si va avanti, con ciò che abbiamo, con tutte le nostre paure. E lo dobbiamo a chi questa gigantesco lusso di avere un’alternativa non ce l’ha.

Camilla

Il nostro piccolo strano mondo

Sono una pessima blogger e me ne rendo conto. E’ che non mi vengono spesso delle belle idee quindi impiego qualche mese per metterle a posto e fare un post in cui ho da dire qualcosa di sensato. Non sono completamente sicura che quel momento sia arrivato ma ci provo, mossa dallo spirito propositivo dell’anno nuovo.

Punto della situazione: terzo anno di università. Metterlo nero su bianco fa uno stranissimo effetto, sono successe e cambiate così tante cose in questi due anni e mezzo, è difficile star dietro alla propria vita. Se la prendiamo giorno per giorno non ci sembra niente di che, ma sul lungo periodo ci rendiamo conto di quanto può essere imprevedibile la nostra storia, il nostro percorso. Ed ogni volta che mi sembra di aver capito dove stavo andando mi rendo conto che nulla rimane in equilibrio troppo a lungo. Dopo l’intensa e soddisfacente sessione di settembre ero esattamente in quella fase, convinta di essere sul pezzo, di aver trovato il mio inamovibile equilibrio. Ed è a quel punto che l’amore arriva a romperti i coglioni, prende la tua solidità psicologica e la scaglia per terra, la calpesta, la maltratta, ci sputa sopra e la fa in mille pezzi dicendoti “mo’, ricominci da capo e non più da sola ma con un’altra persona”. Dopo un anno di deliri e lotte in cui a fatica hai imparato a stare con te stessa e ad apprezzarlo, a credere nelle tue potenzialità. No, lui no, arriva e manda tutto in vacca. Ed è tutto un farfalle nello stomaco, sorridere sempre ed immotivatamente quando lo vedi, pensarci ogni secondo, evadere da alcune responsabilità per passarci del tempo assieme. Proprio così, insomma.

Ci scherzo sopra, ma la cosa non è che non mi abbia fatto riflettere. Tutta questa felicità improvvisa che mi ha travolto è stata uno tsunami, un’ondata di benessere da gestire. Stare con una persona può comportare il fatto di dover prendere delle decisioni che non riguardano solo noi stessi, comporta il fatto di cambiare routine magari, di cambiare il proprio modo di affrontare delle situazioni. Comporta un sacco di fottute picconate al famigerato equilibrio interiore di cui parlavamo poc’anzi. Non è una cosa negativa. Mi rendo conto che si tratta di una nuova avventura, un nuovo percorso da intraprendere e di un differente equilibrio da trovare dentro di sé, un equilibrio che include qualcun’altro e per questo è ancora più prezioso e più fragile.

Come conciliare due diverse fonti di serenità in modo da mantenere l’equilibrio o trovarne uno nuovo?

In generale ho pensato che una persona può ambire a due grandi tipi di felicità, due tipologie di benessere che devono andare a braccetto, devono coesistere. Il primo è quello legato allo stare con gli altri, all’avere rapporti di valore, non solo con un compagno/a ma anche di amicizia. Ciò non significa essere circondati di amici o essere necessariamente in una relazione ma poter collezionare momenti positivi e rapporti positivi con le persone, arricchirsi da un punto di vista affettivo e relazionale. Per questo avere un rapporto profondo con una persona, se è sano, se funziona e ti dà energia può essere molto importante, perché ti insegna un sacco di cose su te stesso e sull’altro, ti permette di cambiare, di capire e di far entrare qualcuno nella tua sfera di benessere. Un tipo di rapporto del genere ti fa toccare più da vicino qualcosa che assomiglia all’altruismo perché accetti di sacrificare questa tua area di comfort per stare con qualcun’altro, accettando di fare fatica, accettando di innamorarti e di lasciarti cambiare un pochino, accettando la paura legata al dover proteggere, accettando il fatto che qualcuno voglia proteggerti. Nonostante tu possa rimanere completamente indipendente, nel tuo cammino, hai una persona speciale che ti tiene per mano per ricordarti che puoi farcela. Questo significa che ti può spaventare la mancanza, la distanza, che le tue abitudini cambieranno e se anche la cosa ti disturberà perché sentirai di non avere più un solido appoggio a terra, allo stesso tempo ti sembra di volare e non vuoi farne a meno. Poter avere una relazione del genere ti introduce al fatto di dover affrontare nuovi ostacoli, al fatto di sentirti persa, o di aver paura di perderti e non sapere più bene cosa vuoi per te stessa. Come dicevo ogni nuova avventura, ogni nuovo universo che ci si apre innanzi ci mette davanti lati negativi e lati positivi, nuove strade, nuove sensazioni e nuove difficoltà, il bello è anche questo.

Ed è da qui che collego il benessere legato alle persone ed ai rapporti ed il benessere legato alla gratificazione personale. Siamo tutti d’accordo col fatto che una relazione non sia sana se uno dei due o entrambi finiscano per sacrificare completamente la propria vita all’insegna di quella di coppia, se abbandonassero tutti gli obiettivi, le aspettative su sé stessi, i progetti per rintanarsi in una felicità apparente, in una nuova e più viziata area di comfort in cui fuggire dalle proprie paure, responsabilità, in cui trovare una scusa o un’alternativa ai propri insuccessi. Una relazione del genere sarebbe destinata a rendere infelici le persone coinvolte ed a marcire lentamente.

Per questo dico che bisogna che ci si concentri su entrambi gli aspetti. Non usare l’altra persona per nascondersi da sé stessi, non usarla come pezza per la propria insoddisfazione personale ed allo stesso tempo lasciare che questa “entri nel vostro piccolo strano mondo”. Credo quindi che sia importante condividere obiettivi, idee, condividere una certa visione della vita e stimolarsi a vicenda. Già tempo fa avevo scritto un post in cui dicevo che per stare con qualcuno l’ideale sarebbe che ognuno dei due percorresse la sua strada, ma che le due strade andassero in parallelo. Stare insieme è essere amici, essere una squadra, è supportarsi e volere il bene proprio e dell’altra persona.

Significa che ti svegli al mattino e guardandogli il viso addormentato non puoi che essere grata, non sai a cosa, ma sei solo grata di poterti svegliare accanto a lui. Significa che vi alzate dal letto a fatica e andate a studiare, frustrati e stanchi, ogni giorno fino alla fine della sessione e ogni esame passato si festeggia al ristorante.

Una cosa così.

Camilla

Punti di vista

Un tempo pensavo che questo fosse l’inizio della tua storia.
Siamo così limitati dal tempo, dal suo ordine.
Ci sono giorni che determinano la tua storia al di là della tua vita.
Arma apre tempo.
Nonostante io conosca il viaggio e dove porterà, lo accetto, dal primo all’ultimo momento.

Arrival

Oggi pomeriggio, al posto di riguardare gli appunti di meccanica analitica (nel weekend mi pentirò di questa decisione) ho aperto il mio vecchio quaderno di filosofia delle superiori. Stracolmo di appunti, riflessioni, concetti e collegamenti che da liceale mi divertivo a snocciolare completamente, fino ad arrivare a comprenderne il significato in maniera così cristallina da poterlo spiegare a chiunque. Mi sono imbattuta in Kant e Nietzsche e ho capito, credo, perché ho scelto fisica. Ora lo vedo, due anni fa, sommersa dalle matrici e dall’istinto di mollare tutto non l’avrei potuto vedere. Kant che parla per la prima volta di “strutture mentali”, del fatto che la realtà potrebbe non essere conoscibile per noi, che possediamo appunto delle strutture che ci permettono di filtrare le informazioni, di leggere il mondo solo in un certo modo, attraverso un certo linguaggio con cui la nostra mente pare essere programmata. E qui potremmo già ragionare su un primo concetto, ovvero sul fatto che lo scienziato, anzi, l’uomo che ragiona ed osserva avvalendosi del metodo scientifico è consapevole del proprio “handicap”, di quanto la sua osservazione, per quanto oggettiva rimarrà sempre parzialmente intaccata anche solo dal semplice fatto di star osservando, di star interagendo con l’oggetto. Un’altra cosa geniale che dice Kant è a proposito della bellezza, che non è assoluta, non è un’idea come poteva essere la bellezza di Platone. Il soggetto definisce la bellezza nell’incontro con l’ogetto, la bellezza nasce dall’interazione tra l’osservatore e l’osservato. Trovo sia da togliere il fiato quanto queste teorie riescano ad essere eleganti e puntuali e così vicine a quello che la fisica è arrivata a scoprire oggi. Quanto era limpido il pensiero di Kant per riuscire a vedere così oltre, per riuscire a farci intuire che siamo parte di un tutto. Che siamo quello che osserviamo. Questa è una mia idea. Credo che ci spingeremo così in là da riuscire a guardarci allo specchio e capire che il confine tra noi, tra le nostre menti e l’universo sconfinato ed inconoscibile è infinitamente labile.

Kant descrive anche con immagini stupende due categorie di fisici, due motivazioni che spingono le persone ad interessarsi o a studiare la fisica. E lo fa attraverso il Sublime kantiano, ciò che un uomo prova innanzi all’infinitamente grande ed all’infinitamente piccolo. Qualcosa che sfugge alla nostra comprensione, qualcosa che sembra così lontano dal modo in cui abbiamo imparato ad approcciarci alla realtà. Da una parte suscita in noi lo sgomento, la paura, quel sentimento che si prova quando si capisce che è tutto casuale, che la nostra vita è una particella quasi inesistente in mezzo ai miliardi di miliardi di eventi che ci circondano su scale inimmaginabili. Dall’altra è quella che Kant chiama “la ragion pura” a creare una “tensione metafisica”, adoro quest’espressione perché rende l’idea. Una tensione metafisica, ovvero proprio perché siamo uomini possiamo percepire il sublime, possiamo provare quella sensazione di connessione con ogni cosa, quella percezione del mondo e della vita nel loro insieme, possiamo sentire di essere parte di un marchingegno, di un quadro così sterminato, così complesso, meraviglioso e terrificante in tutta la sua matematica casualità. E ancora più stupefacente è come i meccanismi dentro di noi siano tanto sofisticati da permetterci di studiare e comprendere ed in parte a cogliere con una sorta di sesto senso il potenziale della vita che viviamo e del mondo di cui siamo parte.

E infine Nietzsche e il tempo. Nietzsche che uccide Dio dicendo che lui, come qualunque principio assoluto che i filosofi hanno cercato di ideare è solo un tentativo di riordinare la stanza. Una stanza troppo grande in cui vogliamo trovare le nostre cose e capire dove andare e capire perché si soffre e perché si gioisce, e trovare una causa ed uno scopo alle nostre vite. Ma la verità forse è proprio questa, che non possiamo aggrapparci a certezze di questo tipo. Le uniche vere certezze dovrebbero giacere dentro di noi, nella capacità di affermarci, di capire che non deve esistere nulla di superiore ad attribuire una finalità alle nostre azioni, ai nostri successi, ai nostri fallimenti e ai nostri dolori. Siamo noi, sempre noi che abbiamo l’incredibile potere di scegliere. E come si lega il tempo a tutto questo discorso? Eliminando la nostra concezione di tempo lineare, di presente condizionato dal passato e tendente ad un futuro. Cosa sono passato e futuro? Esiste il presente. Esiste qui ed esiste ora. Esiste perché lo stiamo vivendo, il passato non lo viviamo più, il futuro non è ancora stato vissuto. E ancora non si sa se è già tutto predisposto lungo una linea e noi la percorriamo istante per istante, oppure se in realtà presente, passato e futuro si srotolano all’unisono. Il tempo ciclico, di quel tempo parlava Nietzsche, e qual è la differenza sostanziale? Che in un tempo ciclico ogni istante è equidistante dal centro. Ogni istante siamo chiamati a dare un valore alle nostre vite.

E ancora una volta la fisica ci lega in maniera così insolita ed affascinante all’universo che ci circonda ed all’universo che abbiamo dentro di noi. In questo modo ci insegna a guardare al di fuori e di conseguenza ad apprezzare l’enorme valore dell’esistenza.

Camilla

Castelli

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Ed eccoci. Un altro anno. Mi fa sempre più impressione guardarmi indietro e vedere i miei cambiamenti, vedere come muta la mia vita, la mia percezione di essa, il modo in cui affronto le difficoltà. E’ ancor più assurdo osservare come sono repentini ed improvvisi i cambiamenti nei rapporti con le persone. Quanto può diventare importante qualcuno in così poco tempo, e quanto un sentimento forte riesce a scemare ed affievolirsi. E non c’è nulla di drammatico in questo, credo che debba farci sentire vivi, al contrario. Farci sentire che non c’è mai nulla di stabile sotto i nostri piedi, nella nostra mente, che ogni cosa, ogni idea ed ogni percezione che abbiamo di noi, del mondo e degli altri è in continua evoluzione.

Il percorso che sto facendo mi avvicina sempre di più all’apprezzare questa sorta di moto perpetuo. Perché Fisica è proprio una di quelle materie che impari ad apprezzare nel momento in cui cominci a realizzare che non potrai mai possederla del tutto, mai comprenderla a pieno, al limite diventarci amico e fare un viaggio. E i viaggi che si possono fare con la fisica e con la matematica sono infiniti, credetemi. E’ così anche con le persone, credo, alla fine stiamo bene con chi ha quella stupenda qualità di saperci sempre sorprendere. E’ bello intuire che non ci si conoscerà mai del tutto, ma in questo modo avremo sempre qualcosa di interessante da fare, qualcosa in più da scoprire.

Ora, abbandonando per un istante queste riflessioni mistiche (dovete immaginarmi mentre scrivo con le musiche di Hans Zimmer in sottofondo e batto sui tasti con un’intensità kungfuica).

Sono passati due anni, un’eternità, me li sento come se mi fossero scivolati addosso ed invece sono successe talmente tante cose che mi hanno cambiato, che mi hanno fatto crescere, che mi hanno messo alla prova. Ho la netta sensazione nella pancia che questo si rivelerà uno dei periodi più importanti della mia vita, più ricchi, più incisivi, più determinanti su chi sceglierò di diventare. Ed io voglio che la vita mi investa in ogni sua sfumatura. Ho sviluppato nuovi modi di pensare, di ragionare, di vedere le cose. Nuovi modi di analizzare il mio comportamento e di affrontare i problemi. Ho dato quattro esami, i più “cattivi” del primo anno per così dire: Analisi 1, Analisi 2, Meccanica e Termodinamica. E mi rendo conto di quanto stia diventando stimolante per me studiare queste materie, condividere la passione, l’entusiasmo e certamente anche la frustrazione e la fatica con persone che mi sono vicine, che le comprendono e diventano compagni di viaggio. E’ bello svegliarsi ed avere qualcuno nella nostra vita che costituisca per noi un punto fisso. Come Sinbad con la sua cazzo di stellina all’orizzonte (nonostante quella fosse la porta per arrivare a Tartaro, il regno del caos, ma mi fermerei solo alla prima parte della metafora).

Anche nel corso di questi mesi ho incontrato difficoltà, dubbi, ostacoli, momenti di demotivazione, ma è grazie a queste persone, a tutta l’energia che mi danno che ogni singola volta che sento di non riuscire ad andare oltre, so di potermi rialzare, di poter mandare giù quel nodo in gola che ti fa sentire inadeguato. L’ho fatto e rifatto, e pian piano si diradano sempre di più i momenti in cui mi accorgo di dovermi rimettere in piedi. Pian piano le cadute iniziano a fare meno male, e a farmi capire che sono più forte, a farmi capire che posso sempre scegliere. Sempre. E che alla fine le decisioni più faticose e più impegnative sono quelle che ci riempiranno di tantissima gratificazione, di una gioia quasi infantile. Sono le decisioni come queste, queste piccole lotte che ci fanno sentire di avere uno scopo, di poter costruire qualcosa. Ed è bellissimo.

 

Camilla

“Gamelle” di aspettativa

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Mi sono interrogata a lungo e mi interrogo tuttora sul significato di quello che provo. La verità è che forse attribuiamo troppo significato a quello che proviamo, e a volte le cose non vanno come vorremmo e semplicemente proviamo delusione, amarezza e senso di inadeguatezza verso noi stessi quando in realtà non avremmo potuto avere il controllo sulla situazione. Ci sono dinamiche che trascendono la nostra capacità di adattamento, il  nostro impegno, la nostra volontà. Ci dimentichiamo di guardare al netto il risultato, quello che abbiamo ottenuto e ci focalizziamo troppo sul come ci fa stare. Un sacco di eventi ci fanno stare male senza un motivo specifico, rimuginare sulla propria sofferenza è talmente inutile da riuscire a farci sentire forse ancor più inadeguati.

Vi spiego, sennò sembra che parli a vanvera. Il mio esame è andato male. Tuttavia ho preso un bel voto. Ho terminato sia lo scritto che l’orale non con la soddisfazione che tanto desideravo. Come un bel voto per un tema. Purtroppo non va così. Sono felice del voto che mi è stato dato perché credo rispecchi il mio impegno. Sono molto delusa dalla mia prestazione perché non avrei mai voluto che tutto quello in cui avevo investito le mie energie finisse per dipendere dal mio stato d’animo al momento dell’esame. E per questo devo ringraziare di aver avuto un professore che magari è riuscito a vedere, al di là degli errori, delle imprecisioni, dei momenti di vuoto, una persona che nel suo piccolo ce l’aveva messa tutta. E ce l’ho messa tutta. Di questo devo essere orgogliosa. E fossilizzarmi sul non essere così felice, così gratificata come avrei voluto mi toglie solo del tempo che mi sarei potuta godere invece.

Forse si dà per scontato, a volte, che l’impegno sia sufficiente, purtroppo non si valutano le buone intenzioni, purtroppo o per fortuna. Amareggiarsi a che serve? Avrei potuto non superarlo affatto questo esame, e lì come mi sarei potuta sentire? Vedete che sono una scimunita? Bisogna sempre cercare di vedere quello che si ha, quello che abbiamo guadagnato, il resto è fuffa inutile, frutto del fatto che passiamo troppo tempo a pensare.

 

Camilla

Katsumoto Vs Stokes

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Ultimo giorno prima del grande esame. La data che incombe porta con sé un’atmosfera di solennità, come un tragico destino che giunge infine a bussare alla mia porta. Lasciate stare il melodramma, ho guardato ieri L’Ultimo Samurai e la scena in cui Katsumoto si toglie la vita alla fine della battaglia in cui il suo esercito viene sconfitto mi ha fatto provare un sentimento di profondo rispetto. L’esercito dell’imperatore è Analisi 2 e io sono Katsumoto, pronto ad andare incontro alla propria disfatta ma usando tutte le risorse a sua disposizione. E’ una visione troppo epica, dite?

Sto studiando questo maledetto esame da due mesi, 6 ore al giorno di media. E volete sapere una cosa? Le ho contate, sembra strano (e lo è) ma è così, avevo bisogno di quantificare il mio sforzo -si vede che faccio fisica- ed ora che il mio lavoro di preparazione è terminato posso finalmente dire di aver studiato la bellezza di 212 ore. Sono soddisfatta, spaventata chiaramente per l’investimento che quest’esame ha costituito per me e perché la speranza che vi ripongo è ad un livello pericoloso, ma sono contenta di ciò che ho messo in questo esame, sono contenta di tutta la fatica, di tutta la preoccupazione e la frustrazione perché hanno dato dei frutti. Arrivo oggi con la consapevolezza di aver fatto il massimo in mio potere e, per la prima volta, non ho sensi di colpa, non mi viene da svilire il mio lavoro perché so che è stato un lavoro fatto bene nei limiti delle mie capacità. E domani sarà l’ultimo grande sforzo, consisterà nel tenere i nervi saldi durante la prova, non giungere a conclusioni mentre la svolgo, ma fare di tutto per ripescare nella mia mente ogni cosa utile.

E’ una bella sensazione, mi trasmette una sorta di lieve adrenalina il fatto di non voler accettare il fallimento, nel fatto di fare qualcosa che deve andare e basta secondo la mia visione delle cose, non so come ma deve funzionare. Dopodiché se non andasse bene quanto spero e non superassi l’esame, il mio cervello passerebbe alla modalità “calm down, get drunk and make another plan“. Tra pianti disperati, senso di inadeguatezza, odio, disperazione eccetera…la trafila la conoscete.

Ciò detto ora vado a prendermi un meritato aperitivo, e dato che sono scaramantica credo che andrò sull’analcolico perché, come ben sapete, ho dei precedenti in fatto di sputtanamento di esami a causa di sbornie violente.

Camilla

Proporzionalità

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Prese di coscienza. Parlo praticamente solo di prese di coscienza in questo blog ma dato che è da un anno a questa parte che continuo a rendermi conto di un sacco di cose non posso fare altrimenti. Di che fulminante consapevolezza vogliamo parlare oggi? La consapevolezza di essere un po’ degli stronzi. Proprio questa.

Partiamo dalle basi. Riporto come sempre la mia esperienza che è l’unica cosa alla quale mi posso aggrappare per dire di poter conoscere qualcosa.

Al liceo il mondo mi diceva che ero una sorta di genio, capace in tutto, sembrava che non sbagliassi mai nulla, destinata a vincere qualunque competizione con me stessa. Dentro di me un po’ me lo sentivo che si trattava di una bufala, di un abbaglio e che la vita mi avrebbe prima o poi preso a calci in faccia. Che sarebbe arrivato il fatidico momento in cui mi accorgevo di non essere sensazionale, di non essere speciale, di essere una persona come tante che, semplicemente, può solo cercare di fare del suo meglio nello spettro delle sue aspettative. Vedete perché ho scelto fisica? Volevo proprio sbatterci il muso, non so se ha fatto più male fisica o l’università in sé, ma in ogni caso ha funzionato.

Questa è la prima vera presa di coscienza, capire che non si è meglio degli altri, che ognuno deve cercare di essere meglio di quello che si aspetta da sé stesso, ecco tutto. Prima bisogna fare i conti con questo, è inutile fare confronti che abbiano il potere di farci sentire meglio o peggio, sono così personali i nostri percorsi di crescita che sarebbe veramente solo un enorme spreco di tempo. Ma il discorso che voglio fare è un po’ più fine, un po’ più profondo di così. Si torna sempre alla questione dell’impegno. Non si può pensare di poter investire in qualcosa di complicato lo stesso impegno che ci metterebbe qualcuno per il quale non è poi così complicato. Mi spiego. Il vero problema dello schianto con l’università e nel mio caso con fisica, è che non riusciamo a capire quanto dovremmo impegnarci, quanto serve, cosa pretendiamo da noi, se vogliamo sopravvivere o se vogliamo brillare. E spesso l’errore è di tentare all’infinito un esame senza mai cambiare metodo, senza mettersi troppo in discussione, come se si trattasse di un gratta e vinci, o la va o la spacca. Un esame fallito ci dice che abbiamo sbagliato qualcosa e la maggior parte delle volte non siamo troppo stupidi, è che magari il tempo che abbiamo dedicato allo studio non è proporzionale al nostro grado di difficoltà. Una cosa bella di fisica è questa, ovvero che se non sei un genietto malefico, devi mettere in conto che per passare gli esami devi farti un culo a capanna, non ci sono alternative, escamotage o scappatoie di qualche sorta. E’ bello perché ti mette di fronte in maniera completamente esplicita quali sono i tuoi limiti ma anche il modo in cui li devi affrontare e quindi come superarli.

All’inizio saranno magre consolazioni, tanto studio, tanta fatica e risultati miseri, come se i mesi passati a studiare fossero il vano tentativo di strappare un 18 quando ci sono persone che in due settimane preparano tre esami e li passano con 30 e lode e chi si è visto si è visto. Loro non fanno così fatica, loro hanno scelto una cosa che gli piace e nella quale riescono bene, l’hanno scelta. Anche voi avete compiuto una scelta, avete scelto di intraprendere una strada molto più impervia, se io fossi andata a filosofia magari non lo sarebbe stata per me, ma questo ho scelto. Va considerato, bisogna prendere atto del fatto che non possiamo sperare di affrontare questo percorso tutti con lo stesso livello di difficoltà. Bisogna accettare la propria fatica, la propria “inferiorità”, se così volete definirla, e poi sta a voi, se capite che ne vale la pena, allora rimboccatevi le maniche perché sarà veramente una carognata assurda, ma quando arriverete in cima la soddisfazione non sarà la stessa di chi ci è arrivato senza incontrare ostacoli, sarà maggiore. Perché anche la soddisfazione finale è proporzionale al grado di difficoltà.

 

Camilla