“Nessuna idea era più folle di questa”

First Image of a Black Hole

E’ difficile usare parole mie per descrivere qualcosa di tanto complesso, qualcosa di tanto lontano da ciò che siamo normalmente abituati a comprendere. Per questo il titolo del post riporta le parole di Adalberto Giazotto, l’uomo che contribuì con la sua lungimiranza e la sua creatività all’ideazione ed alla costruzione di VIRGO, uno tra i più grandi interferometri al mondo con lo scopo di rilevare onde gravitazionali provenienti dall’universo. E’ difficile capire e spiegare la ricchezza umana che sta dietro ad imprese di questo tipo.

Partiamo da ciò che conosco. Questo martedì, nel mio Dipartimento di Fisica sono stati presentati i vari curricula delle Lauree Magistrali. Ho trovato e scoperto cose interessanti ma la verità è che si rimane spiazzati dalla vastità di quello che c’è da sapere sul mondo in cui viviamo. Esistono meccanismi così profondi, talmente tante materie specializzate ognuna in un ramo diverso. Come si fa? Come si fa a capire cosa fare? A capire cosa vogliamo costruire, chi vogliamo diventare, per che cosa siamo portati? Troppe. Troppe cose ci sono da capire, la scienza è anche un po’ spaventosa, a qualsiasi livello si rimane comunque indietro, spesso la gratificazione e la frustrazione non riescono ad equilibrarsi e sembra di inseguire un punto che si allontana ad ogni passo.

Poi ieri sera mi sono imbucata ad una piccola conferenza, tenuta in un’auletta interrata di un prestigioso collegio pavese. Non era piena. Gli unici presenti erano sostanzialmente fisici. Professoroni ben vestiti e studenti prodigio con le idee molto chiare sul loro futuro. Sedute dietro la schiera di grandi menti io ed una mia amica, con un blocchetto a testa per prendere appunti e la speranza di non abbioccarci dopo i primi tre quarti d’ora a causa di spiegazioni troppo tecniche. Il nome della conferenza era: “Una finestra sull’universo oscuro: la rivoluzione delle onde gravitazionali”, tenuto da Giovanni Losurdo, coordinatore dell’esperimento VIRGO e primo ricercatore dell’INFN di Firenze. Non posso riassumere i contenuti della conferenza, ma posso dire di essermi emozionata ad ascoltare le imprese di un  gruppo di ricercatori con un sogno, delle speranze, un obiettivo. Mi sono emozionata a scoprire quanto il cosmo possa essere controverso, a quanto la realtà sfugga all’intuizione.  Mi sono emozionata percependo l’entusiasmo del Professor Losurdo mentre ci raccontava della loro grande creatura, l’interferometro, mentre parlava col sorriso delle difficoltà in cui sono incappati, dell’enorme livello di precisione dei loro strumenti, degli ostacoli e delle vittorie che hanno incontrato nel loro percorso.

Cioè, nello spazio da qualche parte, 1.3 miliardi di anni fa, due buchi neri da circa 30 masse solari si sono fusi ad una velocità pari a metà della velocità della luce. Ci rendiamo conto? Io rimango sconcertata dalla grandezza di quello che ci circonda. E mentre camminavo, al ritorno, prendendomi tutta la pioggia possibile, pensavo che ieri l’altro siamo riusciti ad ottenere la prima immagine di un buco nero, o meglio, la prima immagine che ci mostra cosa accade alla luce ed alla materia che si trovino in prossimità di un buco nero. E pensavo che questo buco nero, l’M87 si estende oltre i 20 miliardi di chilometri, una cosa che se lo vedessimo di profilo non capiremmo cosa abbiamo davanti, solo una vastissima regione delimitata dall’orizzonte degli eventi oltre il quale non abbiamo idea di cosa accada. E pensavo che il Sole ha un diametro di 1 milione e 400 chilometri, la Terra di 12000. Se fossimo pianeti, il mio diametro, il vostro diametro quanto sarebbe? Non è nemmeno un granello di sabbia in confronto. Sembreremmo quasi non esistere agli occhi dell’Universo. L’Universo è incurante della nostra vita. Eppure siamo qui. A captare segnali. Ad interpretarli e a scoprire cosa c’è a 55 milioni di anni luce da noi. Come si fa ad essere così piccoli e così importanti? Così piccoli e così ricchi. Viviamo su uno di quei granelli di polvere che si vedono fluttuare sotto i raggi del sole ed è come se stessimo scoprendo quanto può essere vasto il mare.

Non sbeffeggiate l’immagine che EHT è riuscito a donarci, fate finta per un attimo ancora di essere su quel granello e di aver scoperto che lontano lontano c’è qualcosa di blu che sembra quasi infinito e contiene un’intera vita sconosciuta dentro di sè. Fate finta di non sapere nulla del mare, di tutto quello che c’è sotto il pelo dell’acqua. Ora lo vedete? Quell’azzurro un po’ sfocato delimitato dall’orizzonte? E’ lì che tentiamo di andare.

Concluderò rubando un’altra citazione. E spero, un giorno, di poter trovarle io quelle famose parole per descrivere tutto questo, io per ora posso solo percepirne la meraviglia, e spero riusciate anche voi.

E allora perché è importante? Ci saranno, certo, implicazioni scientifiche cruciali. Ma non è per questo che ci fa così impressione. Questa scoperta ci sembra così importante perché è fatta bene. Per arrivare a questo risultato centinaia di uomini e donne hanno lavorato al massimo della loro creatività e della loro precisione. Questa scoperta ci impressiona perché abbiamo – come genere umano – spinto le nostre conoscenze oltre il limite, oltre un limite quasi impensabile (impensabile persino per lo stesso Einstein).
E questo è un atto di bellezza, una vetta della creatività umana.

Francesco Morosi
Bollettino SNS, 19 Febbraio 2016

Camilla

 

Non esistono bianchetti abbastanza grossi

bee09f03fc2539e4fedf8b3616c95f73

Facciamo un sunto della situazione: sono una testa di cazzo. Consapevolezze importanti queste da acquisire e nonostante già ne avessi il sospetto, ora ne ho la completa certezza. E’ inutile piangere sul latte versato, mi ripeto, il condizionale non porta da nessuna parte “avrei dovuto, avrei potuto, sarebbe stato meglio, non avrei…”. L’autocommiserazione e il senso di colpa non pongono alcun rimedio, il danno è fatto. Mi sono presa una giornata per pensare alle conseguenze delle mie azioni, alle motivazioni che mi hanno spinto a commettere un errore così stupido. La verità è che si fanno errori, che mi sto impegnando per tenere sotto controllo ogni aspetto della mia vita e quando inizio a barcollare finisce sempre che cado. Questa volta la caduta è stata piuttosto sonora e non mi sono solo sbucciata un ginocchio, mi sono  slogata la caviglia e significa che zoppicherò per un po’. Non entro nei dettagli ma, sostanzialmente, ho mandato all’aria quattro settimane di studio e tanti cari saluti ad algebra lineare. Non credo che l’avrei passato anche se mi fossi presentata ma sarebbe già stato un traguardo tenere duro fino alla fine e andare a sbatterci la faccia, al posto di sbatterla per terra. Non entrerò in un turbinio di pensieri svilenti come mio solito, voglio fare qualcosa di concretamente utile per rimediare. Credo che gli scivoloni capitino a tutti e mi rimprovero per questo ma cercherò anche di essere indulgente per poter iniziare il nuovo semestre con uno spirito agguerrito e non impaurito. Le abitudini a questo servono, io credo, per riuscire a mantenere l’equilibrio, il controllo. Per studiare, per vivere l’università serve ritmo ed è un po’ come nel tennis, un attimo ce l’hai e l’attimo dopo l’hai perso. Un giorno giochi da dio e riesci a rimanere concentrato, l’altro dimentichi ogni colpo e sembra quasi che la racchetta non faccia quello che gli dici. Mi sembra di dover continuamente fare attenzione a non inciampare. Sono un’inciampatrice cronica in realtà, commetto spesso e volentieri gli stessi sbagli ma in un anno ho visto che alcuni ho cominciato a non commetterli più, quindi forse sono in grado di imparare. E questa cosa l’ho imparata: quando sento di star perdendo l’equilibrio è il momento in cui devo resistere di più per non cadere. Stavolta sono rotolata miseramente, “come un pezzo di stoffa bagnata”! Ma adesso mi rimetto in pista, con un nuovo piano d’azione, con rinnovato entusiasmo e ci riprovo. Arrendersi a fisica non è contemplato.

 

Camilla

Orizzonti

screenshot_20181125-194702_instagram

Sixsmith, salgo i gradini dello Scott monument ogni mattina, e tutto diventa chiaro. Vorrei poterti fare vedere tutta questa luminosità, non preoccuparti, va tutto bene, va tutto così perfettamente maledettamente bene. Capisco ora che i confini tra rumore e suono sono convenzioni. Tutti i confini sono convenzioni, in attesa di essere superate; si può superare qualunque convenzione, solo se prima si può concepire di poterlo fare. In momenti come questi, sento chiaramente battere il tuo cuore come sento il mio, e so che la separazione è un’illusione. La mia vita si estende ben oltre i limiti di me stesso.

-Cloud Atlas

Mi è capitato di ripensare ai primi giorni di università, proprio ora, riaprendo algebra lineare e guardando con un po’ di stordimento le matrici. Ho cercato di ritornare con la mente a quel periodo, così differente da ora che sembra che il tempo in mezzo abbia deciso di andare a prendersi un caffè con gli amici, per riprendere il suo lavoro un po’ più tardi del solito. Come prima cosa ho ricordato le lacrime, il terrore. Uso la parola terrore non a caso, perché quello che provavo era così distante e così più forte della paura da non potersi definire tale. Ricordo i tentativi di seguire ogni lezione nei primi banchi senza crollare a piangere, guardando il foglio con insistenza nel tentativo di calmarmi, ma più fissavo quelle scritte più il mio cervello entrava in un pericoloso stato di allarme dal quale non riusciva più a sfuggire. Ricordo un amico che ad intervalli costanti mi dava una leggera gomitata e mi guardava dicendomi di rimanere a galla. Quante volte mi sono sentita affogare. Quante volte sono tornata a casa, nel mio rifugio per crollare in un abisso di disperazione ed insicurezza, angosciata all’idea di star affrontando qualcosa di troppo più grande di me, di star fallendo, di non essere abbastanza forte, abbastanza determinata o abbastanza motivata. Ricordo anche tutte le volte in cui aprivo un libro e per ogni cosa che non capivo riuscivo solo a pensare a tutto quello che mi sarebbe mancato da capire. Ricordo l’infinito senso di inadeguatezza e il continuo confronto con i compagni sempre più appassionati o più capaci di me.

E poi mi vedo ora. Mi guardo attentamente. Mi guardo allo specchio e mi affascina notare il fatto che non capirò mai chi sono davvero. Perché avevo delle idee su di me, su chi fossi e su cosa volessi, idee che sono state completamente stravolte dagli eventi, dalle parole, dalle persone che ho avuto accanto e dai miei pensieri. Cambiamo con una velocità così disarmante da renderci impossibile capirci fino in fondo. Io non mi capisco. Lo ammetto. Ed è una delle cose più sensazionali che questo percorso mi sta permettendo di imparare. Umanamente sento di starmi arricchendo come forse mai mi è capitato e magari mai mi capiterà. Mi sono addentrata in un periodo di tale lucidità e profonda introspezione. Prendo consapevolezza di ciò che è cambiato in me, mi sento più forte, più sicura, più ottimista, più razionale. Non so ancora chi sono, ma so che i limiti che finora il mio cervello mi ha imposto sono stati tutti scavalcati, tutte le paure che lui mi convinceva ad avere sono state affrontate.

E allora può darsi che, alle volte bisogna aver fiducia incondizionatamente in sé stessi e sbattere contro ogni muro finché non lo si abbatte. E vi verrà un mal di testa tremendo, anche se si tratta di muri fasulli, voi tenetevi il mal di testa e continuate ad andarci addosso che il dolore è un’illusione, fidatevi.

 

Camilla

I can go the distance

Un anno. Un anno sembra un’enorme perdita di tempo. Enorme, devastante. Che ti mette il dubbio di aver sbagliato tutto e più vai avanti più temi di star percorrendo la strada sbagliata. E invece, a volte, un anno serve tutto per capire, per capirsi, per capire quale sia la direzione giusta, per capire cosa si vuole, quali sono i propri obiettivi e cosa serve per raggiungerli, e soprattutto se ne vale la pena.

Eccomi qui, a distanza di un anno, per dirlo: sì, ne vale la pena. Vale la pena la fatica, la sofferenza, il sentirsi sempre un passo indietro agli altri, sempre insicuri, sempre impotenti davanti alle proprie paure. Vale la pena passare attraverso tutto ciò per arrivare anche al più piccolo misero traguardo, al primo scalino da salire. Due giorni fa ho dato anali 1, un esame che a Fisica è come E venne il giorno (The Happening), ovvero o ti uccide o ti induce al suicidio. Analisi 1 è un grande scoglio da superare per tutti e ieri il mio cellulare si è illuminato con la notifica di una mail arrivata nella mia casella di posta dell’università. Sull’oggetto l’enorme scritta “RISULTATI ANALISI 1”. La paura. Per la prima volta, dopo un anno, avevo dato quell’esame presentandomi preparata, capendo cosa mi veniva chiesto e con gli strumenti per poterlo risolvere ed ero soddisfatta del mio lavoro, di come avevo studiato, di come avevo svolto lo scritto. Ma, improvvisamente, la paura di essermi per l’ennesima volta sopravvalutata. Non finisce tutto una volta consegnato il foglio, bisogna aspettare il verdetto. E il verdetto è stato positivo.

Tutti questi mesi ho studiato cercando di tatuarmi nella mente una sola immagine, il momento in cui avrei passato quell’esame e avrei dimostrato a me stessa di essere in grado. Non volevo quasi pensare a cosa avrei provato se non fossi riuscita perché nella mia testa prendevano vita solo visioni catastrofiche. Per me era quasi vita o morte. “Non posso non passarlo”, questo mi ripetevo. Era il mio obiettivo. Ed avere un obiettivo così forte, così importante mi ha aiutato, mi ha dato la spinta e la carica per affrontare questi mesi con meno complessi. Il problema di studiare è che uno finisce col passare più tempo a rimuginare su quanto gli manca, su quello che avrebbe dovuto fare, sul fatto che dovrebbe studiare di più, al posto di studiare davvero.

Sono felice di questo percorso, sono felice perché è servito, e fino all’ultimo ho avuto il dubbio di star girando a vuoto, di non avere abbastanza motivazione, passione, determinazione e alla fine ho capito che sono parole finte. Parole vuote alle quali attribuiamo significato per poterne percepire la mancanza, come se fossero un nostro difetto, delle caratteristiche che non ci appartengono. Per giustificarci. La verità è sempre che parte da noi, bisogna cercare dei motivi per appassionarsi, degli obiettivi da perseguire, dei metodi per capire come procedere. Ho pensato di non arrivarci mai, di non essere in grado di impegnarmi in nulla nella vita e di dover lasciar perdere tutto.

Ma è passato un anno. E, ve l’ho detto, in un anno si possono scoprire così tante cose belle e brutte su sé stessi che a volte possiamo rimanere impressionati dalla nostra capacità di apprendere e cambiare, di evolvere e migliorarci. Mi basta questa piccola spinta per sapere, d’ora in avanti, che questo è il posto in cui voglio stare e che, nonostante la fatica e il senso di inadeguatezza che torneranno presto a trovarmi, ne vale la pena. Sì, ne vale la pena.

Camilla

InSight

Image result for insight su marte

InSight è su Marte – Il Post

Il bello della scienza è l’ampiezza di visione che ti concede. È sia il bello che il brutto. È quella sensazione di mal di stomaco che ti viene mentre studi e ti rendi conto di quante cose ancora devi sapere, di quanto è vasta la conoscenza che puoi acquisire e che ancora devi acquisire, di quante cose che ci sono da sapere. È quella sensazione di non arrivare mai. Ed è proprio per questo, io credo, che si sceglie di intraprendere un percorso scientifico, un percorso incentrato sulla ricerca, perché esattamente come si è schiacciati dal non giungere mai ad un punto, dal non sapere mai abbastanza, si è spinti e stimolati ad andare sempre oltre, a cercare sempre di più. Il “quante cose ci sono da sapere” diventa un “quante cose ci sono da scoprire”.
Comprendere il mondo ci permette di comprendere noi stessi, e forse l’uomo studia le stelle per non sentirsi sulle spalle il peso dell’esistenza, ma piuttosto per rendersi conto di far parte di qualcosa di immenso, preciso, casuale e bellissimo.
Questa secondo me è la scienza. 
Cerchiamo noi stessi andando sempre più lontano, a scovare la meraviglia dell’inimmaginabile.

 

Camilla

Cercasi Guru dello studio

8e6c3bf030650343688c41fc2b42d91c

Ed eccoci qui. Secondo anno. E’ passato un secolo dal primo giorno di università eppure a me sembra che tutto quel tempo trascorso si sia magicamente volatilizzato. Sono di nuovo qua. Biblioteca della facoltà, computer a portata di mano, quaderno di algebra, nozioni base sui connettivi logici. E’ un fottuto dejavu. Eppure qualcosa di diverso c’è, (sarebbe strano il contrario), una sorta di nuova consapevolezza, di pacato ottimismo. Cerco di partire con un atteggiamento insolito per i miei standard, ovvero senza crearmi aspettative irrealistiche, senza eccedere in entusiasmi ingiustificati e senza, allo stesso tempo, demotivarmi per le difficoltà più comuni ed insignificanti. Sono risalita su questa nave convinta di quello che facevo, sapendo che il mare sarebbe stato agitato anche stavolta, ma la differenza è che ora so quello che mi aspetta, so di avere delle potenzialità, e so che, mettendocela tutta, posso domare questa tempesta. Metafora un po’ infelice ma rende significativamente l’idea. Ho capito una cosa in queste ultime due settimane di studio matto e disperatissimo. Diverse persone a me care ritengono che questa mia decisione di studiare fisica sia una sorta di punizione che mi infliggo, di tentativo vano di dimostrare qualcosa agli altri e a me stessa, intraprendendo una strada impegnativa e per la quale non sono portata. Insomma, dovrei essere spinta da una sorta di masochistico intento. La faccenda è un po’ più complessa, nonostante non nego di essere un asso nell’auto-fustigazione. Ho scelto di studiare una cosa che mi interessa, se avessi voluto barcamenarmi in qualcosa di complesso del quale non me ne frega un cazzo avrei scelto medicina, ingegneria meccanica o che so io. Ho scelto fisica perché mi affascinava e perché trovavo triste il fatto di indirizzarmi verso una facoltà per il semplice fatto che sarei stata molto brava, certo sarebbe stato più semplice e meno frustrante. Ma credo che nella vita prima o poi sia necessario confrontarsi con qualcosa che non ci viene bene, con qualche vittoria non gratuita. Ho pensato che fosse quello che mi serviva.

Ho notato che un’idea diffusa tra molte persone è che le materie scientifiche siano una questione di talento, di attitudine, di testa. O ce l’hai o non ce l’hai. Molti mi chiedono addirittura “Ah, fisica, ma dopo cosa vai a fare?”. Non capisco molto il senso di domande di questo tipo, soprattutto quando si tratta di un corso di laurea come Fisica. E’ come se la maggior parte delle persone fosse convinta che una volta laureati gli unici sbocchi possibili siano diventare un astronauta o scoprire la teoria della relatività o, in alternativa mendicare sotto i ponti. La verità è che Fisica, come altre materie di carattere scientifico, non danno una formazione prettamente nozionistica, ma permettono di sviluppare metodi di ragionamento, capacità di problem-solving, e tutta una serie di competenze trasversali molto utili in un sacco di ambiti che potrebbero non avere nulla a che vedere con il mondo della ricerca. Io credo che anche quest’aspetto sia molto affascinante, e vorrei scavare per vedere il modo in cui la mia mente può diventare elastica. Mi è piaciuto osservare, in quest’anno che è passato, quanto è cambiato il mio modo di ragionare e di gestire i problemi, il metodo di studio che ho modificato in continuazione adattandolo alle mie esigenze.

Ed ecco il segreto: metodo. I ragazzi più brillanti del mio corso non erano talentuosi Will Hunting, non leggevano i libri ed in un attimo ogni concetto gli si imprimeva con chiarezza nella mente senza fare il minimo sforzo. Erano ragazzi con una chiara propensione per la matematica e la fisica e con un metodo sedimentato di studio. Nessuno di questi ha passato gli esami con facilità o senza studiare, anzi, molti di loro hanno studiato molto di più di quelli che, come me, erano maggiormente in difficoltà. Il loro vantaggio più grosso credo fosse proprio il fatto di avere, negli anni trascorsi al liceo, sviluppato la capacità di studiare tanto e per tempi prolungati, sbattendo la testa su concetti spesso ostici senza farsi abbattere ma, anzi, stimolare dalla difficoltà. Insomma, credo si tratti di abitudine ad avere a che fare con cose che non si capiscono. Non è banale. Io nella mia esperienza di liceale ho sempre capito tutto con poco sforzo e poco impegno. Poi ti ritrovi, all’università, catapultato in un mondo in cui neanche l’impegno a volte basta.

Quindi il piano è questo. In parole povere: imparare ad impegnarmi. Voglio raggiungere questa nuova sessione sapendo di aver fatto il massimo, voglio capire veramente di cosa posso essere capace e sono stufa di vagabondare tra esami non fatti con la coscienza sporca per la consapevolezza di non aver dato abbastanza. E forse anche questo è uno degli insegnamenti più importanti della vita universitaria, o della vita in generale. E cioè che, a volte l’unica possibilità è fare del proprio meglio, il nostro organismo ci impedisce di fare diversamente attraverso iniezioni continue di senso di colpa. È quel modo che il nostro cervello ha per dirci: “svegliati, la vita è una, e vivila, che cazzo!”

 

Camilla

Indulgenza selettiva

Piccola parentesi introduttiva. L’ultimo articolo era tra le bozze da tre mesi grosso modo. Si parlava, non a caso, di pigrizia.

La situazione attuale: ho mandato all’aria le mie vacanze estive condannandomi a studiare analisi per tutto agosto, sono ingrassata di sei chili, ho passato due esami su nove e non ho il moroso ma solo qualche occasionale innocua scopata. Ciò premesso, non ha senso piangere sul latte versato. Il problema dov’è stato? Beh, l’ultimo esame che ho dato è stato Laboratorio, a luglio. Una volta dato quello ho pensato di prendermi una settimanella per rilassarmi e riflettere sul mio futuro. La settimanella è diventata tre settimanelle e la riflessione con annesso piano di studi tattico per l’estate è diventato l’accozzaglia di dubbi, paure, angosce, perplessità, pianti e desiderio di morte. Prevedibile in realtà, sono io ad essere sempre troppo ottimista. Mi sono ritrovata ad avere sette esami da preparare, per la metà dei quali avevo cessato di seguire le lezioni perché non capivo, non riuscivo a seguire e l’avevo trovato inutile. Non sai mai se ti sopravvaluti o ti sottovaluti ma nel dubbio si fa sempre la scelta sbagliata. Insomma, m’è salito il panico. E’ diverso studiare molto e avere difficoltà a passare gli esami, tentandoli ugualmente tutti. Non nego che sia frustrane, anzi, ma è diverso. Se si è sufficientemente positivi si sa che va solo raddrizzato il tiro e con un po’ di insistenza si vedrà la luce alla fine del tunnel. Ma cosa fai quando ti sembra di avere un problema ad impegnarti? A metterti a studiare? Ad organizzare i tuoi esami e tentarli. La verità è che in tutto l’anno ho provato realmente due esami, gli altri a cui sono andata non erano dei tentativi, andare a provare una maratona dopo essersi allenati solo un giorno non è provare, è andare a vedere quanto si è inadeguati. Vedete? E’ una difficoltà completamente diversa. Gli amici e i parenti ti dicono di provare comunque quell’esame per cui non sei sicuro ma non sanno che tu hai conoscenze e competenze per un sesto di quelle necessarie anche solo per affrontare l’esame. Così che senso ha? Ho capito che il problema, il vero problema di questo primo anno in realtà era questo. I concetti difficili si possono capire, ci metterete il vostro tempo e alla fine ce la farete. Ma imparare ad impegnarsi non è altrettanto banale. Ho deciso di intraprendere questa strada per pochi validi motivi: venivo da un ambiente e da un’esperienza scolastica in cui ero sempre riuscita ad essere straordinariamente brava senza fare eccessivo sforzo e le poche volte in cui è capitato di notare che il poco impegno poteva non rendere altrettanto mi ha gettato nel panico. Ho capito che era un mio limite, una cosa con la quale prima o poi mi sarei dovuta confrontare e sentivo che era il momento di farlo. Non avevo certezze sul futuro, o vocazioni particolari e fisica mi affascinava anche se la conoscevo e capivo poco. Ho scelto di provare e ho pensato ingenuamente che avrei semplicemente messo anima e corpo nello studio, che avrei dato il massimo e con calma avrei raggiunto i risultati. Ho dato per scontato di essere in grado di dare il massimo, e non è stato così. Ogni fallimento, ogni fatica diventavano la concreta espressione della mia inadeguatezza. Ho sofferto nel vedermi così allo sbaraglio, così piccola in confronto agli altri, così incapace di gestire la frustrazione, la paura, così priva di determinazione, passione, motivazione. Ogni volta affrontare lo studio, soprattutto all’inizio, mi riempiva di ansia, ancora prima di iniziare mi spaventava l’idea di non capire immediatamente ciò che avrei studiato, di sentirmi stupida. L’anno è proseguito così. Non senza miglioramenti nel metodo, non lo nascondo e ne sono felice. Ma il confronto con gli altri e con me stessa è sempre lì.

Ho deciso, questo mese, di dedicarlo allo studio anche perché sentivo che avrebbe dovuto essere una sorta di allenamento psicologico. Il fine primario non è passare quest’esame anche se chiaramente ci terrei molto, ma è stato riuscire a studiare un po’ ogni giorno, volta per volta, darmi dei tempi, ottimizzare le mie risorse e preparare analisi in maniera un po’ più superficiale ma più efficace. Lo scopo era accettare i miei limiti, accettare i giorni in cui non avrei avuto voglia e motivazione e trovare piccoli escamotage per fare ugualmente qualcosa di utile, arrivare a fine giornata soddisfatta, contenta di aver svolto il mio lavoro anche se a volte i risultati non sono quelli sperati. Ho accettato i momenti no, e i momenti di demotivazione e ho capito quando era meglio lasciar perdere e riposare la testa perché troppo schiacciata da pensieri inutili. Bisogna imparare a conoscersi e a non imporsi su sé stessi al di là delle proprie capacità. Prima bisogna entrare in confidenza con il proprio cervello, con il nostro modo di ragionare e di reagire alle cose. Una volta che avremo imparato ad essere indulgenti potremo alzare l’asticella e pretendere un po’ di più. Così si migliora, a piccoli passi.

Io spero di averlo imparato un pochino quest’anno.

Camilla