Datemi Will Smith e non rompetemi le palle

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Lavoro accettato. E già sento il peso dell’inettitudine gravare su di me. Finirà in stile Diavolo Veste Prada? Certo avrei preferito che mi regalassero dei vestiti Dolce&Gabbana o delle scarpe di Gucci al posto di campioncini di crema antirughe ma mi adatto. La comicità della situazione è sottolineata dal fatto che sono l’adolescente meno truccata della storia e che la prima a farmi l’ordine è stata mia nonna.

Santa donna.

Mi ritrovo qui, in mezzo alle ciance da gallinacei dei miei compagni di classe, che distribuisco cataloghi e faccio finta di sapere di cosa sto parlando quando dico “eyeleiner waterproof” e la vita mi sembra improvvisamente grigia e deprimente. Gli ombretti non sono di aiuto.

Ecco, credo di aver preso consapevolezza del fatto che non ho abbastanza coraggio, o determinazione, palle, tenacia, comunque la si voglia chiamare per fare quello che vorrei. Non è una questione di autocommiserazione, né mi sto sottovalutando. Credo sia solo una presa di coscienza, completamente onesta con me stessa, almeno spero.

Mi rendo conto che forse di recente mi racconto un po’ di bugie, e me ne rendo conto, ecco perché non sono molto credibili. Ma almeno ci provo. La razionalità sputtana sempre i miei buoni propositi, i miei tentativi di costruirmi dei bei castelli di menzogne. Niente. La ragione è sempre lì in un angolo ad intromettersi nei miei deliri illogici.
Che poi, dannazione! E lasciate che la mia testa navighi nelle stupide banali certezze per un pochino.
Esempio.
Vi capita mai di sentirvi tristi? Tristi non semplicemente senza via d’uscita, ma tristi senza porte, senza una stanza, senza pareti. La tristezza non è in un castello buio che ti sei architettato da solo, è fuori, non ci puoi fare niente, c’è e basta. Ed è come la nebbia del mattino, devi aspettare che si alzi e poi i campi li inizi a vedere.
Ma la nostra stupida testa devo trovare un intrinseco tragico motivo per cui ti senti triste. E lì parti con tutti i tuoi “nessuno mi ama”, “voglio morire”, “sono brutta”, “non so fare niente”, “in realta non gli piaccio” ecc…
Ecco perché adoro le piccole sofferenze amorose adolescenziali. Che adorabili drammatici quadretti sono! Perché?
Motivo 1: obiettivamente…ragazze, vi puo piacere il ragazzo, anche tanto, non lo metto in dubbio ma se non vi caga mettiamoci l’anima in pace, prendetevi un vibratore e fatela finita. Vi sentirete trascurate e brutte per un po’, classici problemi di autostima che si risolvono col tempo.
Motivo 2: ma volete mettere la bellezza di passare un intero pomeriggio a mangiare come ippopotami vagonate di gelato e schifezze guardandosi, in ordine Pretty Woman, La dura verità, The Holiday, Don Jon e Bridget Jones e Jerry Maguire.
Così risolvete il vostro problema, avete qualcosa per cui piagnucolare, qualcosa di cui parlare al bar con le amiche e addentando la pizza.
Non è bellissimo?

Forse ora mi prenderete per malata, ma intendo condividere con voi la mia esperienza. Un po’ ne avevo già parlato e Sì lo so, sono monotematica ma è l’unica che posso collocare nel mio scrigno di esperienza quindi mo’ vi coccate questa, quando uscirò per un’estate con l’intera squadra di rugby neozelandese sarò più saggia (se sopravviverò).
Dunque.
Collochiamo temporalmente l’evento.
Giugno. Festa in discoteca. Prima volta. Gli scrivo dicendogli dove sono. Non risponde (mannaggia a te!). Me ne vado a mezzanotte con le mie amiche e nell’esatto istante lui entra con due tipe in abiti succinti (tanto quanto il mio ma loro stavano meglio…puttane) sotto braccio.
Bello bello, bel momento, bella serata, davvero molto.
Balcone. Lacrime. Sonno profondo.
E mentre piangevo…uno strano senso di onnipotenza mi pervadeva in contrapposizione alla pateticità del momento. Ero lì che pensavo “cazzo, se qui ci fosse un cameraman questa sarebbe una scena da film” e intanto riflettevo quale canzone sarebbe stata più adatta come colonna sonora.
Perché c’è da ammetterlo, le cotte sono dannatamente cinematografico.
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Camilla

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