Illusionisti e maghi

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Il bar in cui andiamo a fare colazione io e mio padre tutte le domeniche si chiama Latelier’ o qualcosa di simile. E’ un gioco di parole che francamente ho ancora alcune difficoltà a capire, ma che, senza ombra di dubbio, le persone più acute coglieranno in fretta. E’ un bellissimo caffé, con i muri bianchi, i tavoli di vetro, le seggiole composte da decorazioni arzigogolate. Il bancone in legno, fiori sui tavoli e stralci di vecchie poesie sparsi qua e là. Sorrisi sottili, eleganti e rispettosi. E’ pieno di parole che non sentono l’esigenza di essere pronunciate e fluttuano nello spazio tra le persone, lo senti dall’aria dolce. Brioches con la marmellata, con il cioccolato, con la crema, vuote, ricoperte di zucchero, brioches integrali con le ciliegie, con l’ananas o con la pesca, veneziane, pasticcini, cannoli, paste, pastine, succhi, nettari densi. Il tutto servito ai clienti in bicchieroni regali. La giovane cameriera sorridente e discreta poggia sui tavoli una foglia secca che funge da sottobicchiere e poi pone delicatamente ogni tazzina al suo posto.

Mi è sempre piaciuto come posto. Un’atmosfera vagamente francese ti pervade non appena entri e le persone che lo frequentano per bere un caffé o fare colazioni importanti sono vestite eleganti; e sono anziane donne con un portamento maestoso; oppure sono giovani adulte; o combriccole di turisti che ama la bella vita e decide di visitare la cattedrale dopo essersi riempita il pancino; uomini anziani e distinti, abitudinari ed amici che vegono vestiti con pantaloni firmati, maglioncini bordeaux e scarpe lucide e presentano spesso dei raffinati baffi bianchi che li rendono intriganti anche se probabilmente hanno poco da dire, insomma una gamma di personaggi domenicali.

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Lì, tra quella gente e con quei profumi io e mio papà parlavamo di arte e teatro. In mezzo alla rappresentazione più realistica di interpretazione. E raggiungemmo la conclusione che il teatro doveva essere una disciplina difficile e che, immancabilmente, richiede un immane equilibrio psicologico. I veri attori sono maestri di finzione, io credo e, come disse Marcus Geduld, per essere bravi e credibili è necessario spogliarsi, spogliarsi di noi, mettere a nudo anche i più miserabili anfratti della nostra personalità, gli spigoli più oscuri e pungenti. E credo anche che quest’operazione richieda una piena conoscenza di sé o il desiderio di volersi conoscere a fondo. D’altro canto, per indossare i panni di qualcun’altro bisogna denudarsi, lasciando intravedere ogni imperfezione ed ogni lineamento aggraziato, lasciando che i vestiti che si va ad indossare non ci stiano bene, che ci rendano goffi, oppure provocanti, o ridicoli, o disgustosi.
Recitare dev’essere una sorta di reincarnazione in cui l’attore prende se stesso, ogni sua debolezza e forza e la sfrutta come mezzo per diventare un altro, la usa nelle quantità e nelle proporzioni differenti in base a chi deve diventare. Come si fa a non perdere se stessi a quel punto? Come si rimane vivi?

A questo punto prendiamo due attori come esempio. Due bravissimi attori: Heath Ledger e Joseph Gordon-Levitt. La differenza tra i due è che Heath si immerge in ogni singola  parte, in ogni ruolo lui affonda completamente, ecco perché le sue interpretazioni risultano spesso spettacolarmente realistiche. Vedetelo ne Il cavaliere oscuroI segreti di Brokeback Mountain,  Parnassus, non è mai lo stesso, riesce a trasformarsi, inutile parlarne senza risultare banale. Lui si separava da se stesso e sfruttava tutto quello che aveva a favore del ruolo. Heath era famoso per il modo in cui conosceva e viveva il personaggio, il modo in cui cercava di capirlo, di assecondarlo, di lasciare che lo divorasse. Eppure, nonostante venisse costantemente divorato dal ruolo, lasciava trasparire una parte di sè in ogni personaggio, e lo vedevi crescere ed ammalarsi, e guarire dietro alle maschere che indossava. Vedevi il disordine e sapevi che era suo, che non era frutto di una finzione, che era la scìa del vero Heath Ledger. Un disordine misterioso, viziato, ammorbato, glie lo vedevi intorno, un’aura percepibile a malapena.
Joseph, invece, è artefice di interpretazioni decisamente più pulite. È qui che vediamo la differenza, lui sa tuffarsi in ogni parte e sa come ritornare a galla, si immerge e riemerge, conosce e non si lascia conoscere. È un pittore ordinato, finisce una tela, pulisce le setole del pennello e ne comincia un’altra, diverse, bellissime e molto staccate, distanti. Il suo modo di interpretare è distante, lo spettatore crede e lui scompare, è un illusionista. Heath Ledger è un artista diverso, i suoi dipinti erano travolgenti, intensi, così diversi, talvolta passionali o tormentati e in un attimo sereni, dolci. È la voga di dipingere era tale da non ripulire mai il pennello dopo ogni quadro. Lasciando impronte delle opere precedenti in ogni nuovo dipinto, impronte confuse, sporche, sporche di esperienza. È così che credo si sia rovinato, perché ha dato tutto, ma poco alla volta, una perdita di se stessi lenta e dolorosa. Ogni personaggio, un pezzettino di sé. Lui non interpretava o fingeva la realtà, lui la creava.

 

Camilla

 

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