un caotico scenario di ordine

C’è un ordine smisurato in tutte le cose.
Un’armonia incessante e dolce,
un’imprevedibilità lineare e schematica.
Anche il dolore, a modo suo.
Più forte, più debole, va a fitte e intervalli e lunghe pause,
anche il dolore fa musica.
E anche nella confusione, nel dramma,
nell’euforia ingiustificata, nell’odio incondizionato,
nella pioggia dopo il Sole e nel Sole dopo la pioggia
c’è questa sorta di armonia, forse disordinata,
ma con un senso,
forse fastidiosa e cupa e terribilmente confusionale,
ma con un punto di partenza e un punto di arrivo,
la strada non ha più importanza:
l’ordine è ovunque,
è nella bocca di quella donna con gli orecchini, elegante, che assapora
la pietanza ad occhi chiusi, nel bar all’angolo;
è nello sguardo di quell’uomo col cappello da cowboy che si guarda
attorno come fosse in un museo,
e nello spazio tra quei due coniugi che sembrano
non riconoscersi,
e tra gli spifferi di vento della girandola ai giardini,
e lungo le curve di un violino,
e sotto il tacco di un uomo anziano che quella mattina si è lucidato le scarpe,
e nel buio dietro ad un bellissimo quadro,
e nel Sole che bacia la cattedrale per sedurla e portarla con sè,
e nel ghigno di quell’uomo in quel vicolo mentre accarezza una ragazza tremante,
e nelle vene blu sulle mani di quel padre che abbraccia sua
figlia l’ultima volta e vorrebbe morire con i suoi capelli sul suo volto,
e nelle righe lasciate dalle lacrime sul volto di quella donna
che piange perché si sente sola
e da sola sente il suo pianto, un’eco nella sua testa,
basso e ripetitivo e cupo e noioso e così prevedibile
e quell’eco la fa diventare sorda l’armonia non la sente più.
Non la sente più, quella musica. La sentite voi? Musica.
Forse vi sta scivolando tra i capelli,
o si arrampica lungo i vostri vestiti,
fidatevi che è ovunque.
Come se anche nel caos l’ordine fosse lì a sorridere in un angolo,
ad aspettare che il pasticcio finisca per riordinare,
lì, bianco ed impassibile,
cammina per strada e quando ti passa accanto
puoi provare quel senso di improvvisa calma,
di improvvisa opaca lucidità,
di logico smarrimento.
E l’ordine diventa un abitudinario nei tuoi giorni così diversi,
nella tua vita così travagliata o così imprevedibile,
per ricordarti che qualsiasi cosa stia accadendo è tutto sotto controllo
e se anche non lo fosse l’avrebbe deciso lui.
Non preoccuparti, dice l’ordine,
non preoccuparti, e tu non capisci ma lui dice sempre
non preoccuparti.
E poi un bambino vede un macchina sbucare dal nulla
a pochi metri da lui,
e i polmoni di quel vecchio sul divano di casa sua cominciano
a chiudersi,
e la donna sente premere il grilletto,
e in quel momento non c’è più niente che ha senso,
tranne quella carezza e quella voce,
non preoccuparti.

Camilla

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