17 anni cougar


Dunque. Mi sembra che la via di mezzo si sia allontanata dai miei gusti sessuali con la coda tra le gambe, un cappello in testa ed una ventiquattrore usata sotto braccio.
Prima di tutto le sue giornate le passava grattandosi le tempie con disapprovazione ogni volta che il mio sguardo cadeva su uomini di un’età compresa tra i trenta e i cinquanta, da qui la mia certezza di essere vittima di un’innocua gerontofilia. Niente di grave, pensavo. Qual è lo svantaggio? Lo svantaggio potrebbe, in effetti, rivelarsi tale nel momento in cui se un uomo maturo che ti piace viene con te, diciassettenne, è perché è uno stronzo in fondo in fondo, o come minimo, ti lascerà per una più giovane quando imparerai a camminare su due gambe; oppure non riesci a farlo tuo, ti rifiuta perché sei troppo “piccola” per lui e non vuole sentirsi uno schifoso, il che conferma che si tratta di una bella persona e ti sbatte in faccia la virtuale certezza che non starete mai assieme.
Grosso modo la dinamica è questa. Ma in tale vorticoso e ripetitivo fato avevo imparato a crogiolarmi, nonostante non avessi mai provato l’ebrezza di interessare ad un vecchio (se non attraverso ributtanti sguardi alla mia scollatura durante un aperitivo al bar con le mie amiche). “Sto bevendo una coca cola zero, idiota! Quanti anni vuoi che abbia??” ma questa è un’altra storia.
Parlavamo del momento in cui la via di mezzo mi ha chiuso la porta in faccia, rassegnata. E’ stato la settimana scorsa, quando mi sono invaghita di un tredicenne.
Quattro anni di differenza, non sembrano poi molti se penso a un trentenne e una trentaquattrenne, se penso ad un cinquantaquattrenne ed una cinquantottenne, ma tredici e diciassette, sotto l’ombra dei teen sembra una distanza temporale insormontabile.
L’isoletta* fa brutti scherzi, ricordatevelo, sulle isole, senza genitori, si fanno cose che, una volta tornati a casa, sembrano un sogno, una lontana realtà, un’altra vita. State attenti, quando tornerete vi mancherà tutto così dolorosamente, anche se il ricordo manterrà quel suo sapore dolce.
Sull’isoletta il mio lato disinibito (che prima di allora non sapevo nemmeno che esistesse) si è lasciato un po’ trasportare e nel giro di cinque giorni turbolenti ho visto due piselli e ho preso una cotta. La presentazione lascia un po’ a desiderare e la premessa, come al solito, è oscena. Ma lasciate che vi spieghi.
Il primo lo chiameremo A, perché BPPDPADF (biondazzo palermitano depilato profumato anima delle feste) veniva un po’ lungo. A era figo, liscio e portava Invictus, oltre ad una borsetta a tracolla di Calvin Klein, ma nessuno è perfetto. Saliva sull’autobus con il cellulare in mano sopra la testa, dimenandosi al ritmo di musica house dopo aver esordito con un “cazzo è sto’ mortorio?!?”. Un tipo, insomma. Dopo una serata nella camera dei ragazzi assieme a due russi un po’ brilli e un tedesco indispettito dal chiasso, io e le mie due amiche ci siamo addormentate, ammassate sui corpi caldi dei ragazzi. Cosa mi ha fatto immaginare che quella sera sarebbe scappato il “limone”*? Un paio di sere precedenti passate assopite nella loro stanza e cullata dal braccio di A; un discorso sul come fare a rigettare se si ha lo stomaco in disordine terminato con uno strategico “quando hai bisogno mi chiami che te ne infilo due dita”; delle furtive ma esplicite carezze sul ginocchio ed un innocuo bacio a stampo dettato dal gioco della bottiglia quella stessa sera. Il resto è storia, la mia previsione si avverò, partendo dal bacio e proseguendo in affari che includono il mantenimento della verginità ma tuttavia escludono i vestiti.
B è stato un ripiego, un simpatico ripiego con un sorriso molto innocente ma un cervello non più grande di un dattero, il che era compensato da (citando Le streghe di Eastweek) “un sedano enorme”.

Ora che ci penso forse era per questo che aveva la voce così stridula. La parte più eccitante è stata constatare che, con il minimo impegno, un pizzico di cordialità e qualche battuta a doppio senso strategicamente ragionata, sarebbe già stato a favore di una sana pomiciata. Dico pomiciata non a sproposito, e non che ne sia una fan, ma B aveva un modo di fare tutto suo che consisteva nel…non fare un accidente. Ecco perché la premessa è stata la parte migliore. Ammetto di essere stata un tantino impulsiva e un po’ troppo incauta nel secondo caso.  Me ne pento ma almeno, in questo modo, ci ho fatto la mano…dio, che battuta infelice.
Una notte passata assieme a B, due ragazze tra cui la nuova punta di B e due tredicenni con la maturità di un ventenne, a giocare, per l’ennesima volta, ad obbligo e verità, mi ha dato da pensare. E dopo essere stata centro di ogni discorso e protagonista dello sputtanamento di tutte le mie prestazioni sessuali valutate con un 7 da B mi sono recata sul balcone, a riflettere, mentre tutti dormivano.

Tutti tranne quello che chiamerei C se non fosse che è l’unico che merita di essere chiamato col suo nome, anche se, per questioni di anonimato ne userò un altro (o non lo userò affatto).
Era poco più basso di me, magro, biondo, con gli occhi talmente azzurri che un husky avrebbe potuto rivedere un suo simile, un sorriso malinconico e malizioso, le mani grandi, giovani e lisce. Tredici anni.
E’ salito sul balcone e ha preso a chiacchierare, a non dare rilevanza al fatto che nei giorni precedenti il mio comportamento fosse stato palesemente lascivo. E abbiamo cominciato a ridere, a parlare di biciclette rotte, di piscine, della sua città, della mia città, di cose riguardanti il sesso che nessuno dei due conosceva. Così abbiamo scavalcato il balcone e ci siamo ritrovati nella piscina, l’acqua tiepida, alle cinque di mattina, con l’alba alle spalle e il mare davanti agli occhi. Lui ha fatto ridere me ed io ho fatto ridere lui. Finché un’alba tiepida non ci ha portato i brividi e siamo restati abbracciati a ridere per un’ora. Un’ora. Come due pinguini. Ed in mezzo alle risate lunghissimi silenzi. A godere di quel poco calore.
E il giorno stesso è partito, cinque ore dopo. Tra le mie lacrime, e i miei ridicoli singhiozzi.
E il pianto è durato per un quarto d’ora, da quando il suo pulmino si è allontanato. Un quarto d’ora di deliziosa e straziante consapevolezza di aver conosciuto una persona che mi piaceva, la prima, che mi piaceva talmente tanto da non sentire la necessità di piacergli a mia volta, così tanto da farmi venire la paura di non trovare nessuno più che mi sorprendesse così. Ho pianto. Tantissimo, crogiolandomi nel dramma. E in quel momento realizzavo la sottilissima linea che segnava la soglia del pianto per la disperazione da un pianto di gioia. Mi piace tantissimo, e non lo vedrò più. Mi piace tantissimo, non mi era mai successo che qualcuno mi piacesse tanto da piangere. Mi piace, non lo vedrò più. Mi piace, sto piangendo. Mi piace, che bel dramma. Che bello che lui mi faccia piangere.
E avanti in questo modo finché le lacrime mi sono finite, per riprosciugarsi il giorno della partenza.
L’isoletta. Spero di tornarci, e spero di non dimenticare mai, neanche un dettaglio, neanche un momento, di non scordare il sapore di nessuna lacrima, di nessuna risata, di non smettere di sentire il vento tra i miei capelli dal profumo salmastro, il sole sul volto di Silvia e Sara (a loro non serve l’anonimato), l’impercettibile ed equivoco gesto dei balletti di Elisa, gli acuti della risata di Sara, e il sorriso di Silvia o la sua faccia seria seria mentre ballava in discoteca, spero di risentire il profumo di Sara sulla mia maglietta e le battute di Elisa nelle mie orecchie, spero di ricordare il calore degli abbracci di Clayton e la tenerezza delle guanciotte di Gabriel, e gli occhi vispi di Leanne, e gli occhi grandi di Emma, e Steve e Joseph, e Aga, e i Micheli, e Matteo e Marco e Simone.
Nomi che sono come spicchi d’arancia, impregnati di memoria.
Non dimenticherò mai.

Camilla

*L’isoletta lo uso non a caso come nome in codice per parlare del posto in cui ho passato due settimane in viaggio-studio. Chi tra le persone citate nell’articolo leggerà l’articolo capirà, motivo per cui spero che non lo leggano, ma ritengo sia comunque meglio non esplicitare i nomi, tranne le ultime righe in cui troppe persone avrebbero richiesto troppi alias.
*Limone, in gergo cremonese: bacio alla francese. Dicesi “tirare un limone”/”limonare”

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