“Do that fuckin’ thing and keep your mind wide open”

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Ritorno dopo mesi a scrivere qualcosa che non siano poesie deliranti. Devo ammettere che il delirio mi viene bene rispetto a tutte le prese di consapevolezza con cui sto cercando di confrontarmi. Mi sento in dovere di parlare di come sto vivendo questo primo anno di università, della sfida che per me costituisce. E forse bisognerebbe parlarne da un punto di vista umano, ci soffermiamo sempre tutti sulla difficoltà dello studio, sulla mole di materiale, sull’organizzazione, sulla complessità delle materie affrontate. Ma essendo una chiavica in ognuno di questi punti preferisco scrivere di quello che so fare meglio: introspezione, cercando di lasciare da parte l’agonia, la disperazione, i momenti di cupio dissolvi che sono irrilevanti per la causa. Partiamo.

Quest’anno ho intrapreso un nuovo cammino con due piccole certezze al mio fianco, piccole ma solide: che il mio ragazzo mi amasse, e di essere capace di studiare. Entrambe si sono frantumate in pochi mesi. Sulla prima non mi soffermerò, le cose a volte devono per forza andare in un certo modo e per quanto sia doloroso col tempo si capisce cosa c’era di sbagliato e ci si rende conto di essere più forti di quello che ci si sarebbe aspettati. Ci sono difficoltà che, sul momento, temiamo ci spezzino, e invece poi scopriamo di essere in grado di affrontarle, con il nostro tempo, da soli possiamo curarci le ferite ed imparare. Questo è stato il primo pilastro che è crollato e ha reso le cose un po’ più difficili. Il secondo invece, non è andato in mille pezzi così di botto, più che un’esplosione è stata una lenta implosione, una sorta di emorragia interna. Credevo che impegnarsi sarebbe stato facile, e invece ho scoperto che il difficile sta proprio lì.

Lo svantaggio di frequentare una facoltà come fisica è che si conoscono una serie di soggetti che, per forza di cose, sono super appassionati, super motivati, passerebbero ore e ore sui libri, ci si immergerebbero completamente e approfondiscono argomenti complicati per poter entrare nel vivo. E’ pieno di ragazzi che ammiro per la loro dedizione, il loro entusiasmo, a volte anche senza raggiungere risultati esorbitanti. Io non sono tra queste persone e questo è stato dall’inizio un punto di enorme frustrazione. La scelta di questa facoltà io l’ho effettuata per pragmatismo e curiosità, senza sapere bene a cosa mi avrebbe portato, ma con la consapevolezza che sarebbe stata un’enorme sfida che mi avrebbe aiutato ad abbattere molte barriere, a riconoscere e superare molti miei limiti. E sta avvenendo. O meglio, ora come ora li sto riconoscendo sti’ limiti, sul superarli probabilmente ci vorrà ancora un po’.

Di che limiti parliamo? Il limite di darsi da soli delle regole, dei confini. Ce ne accorgiamo con lo studio. Darsi un tempo, farsi una scaletta, organizzare il tempo, i corsi da seguire, gli esami da dare. La quantità di cose da fare è troppa per permettersi di avere la mente in disordine. Bisogna sapersi dare dei vincoli perché con l’università entriamo in una dinamica in cui studiare diventa il nostro lavoro, non è più passare una verifica, ora abbiamo la libertà di scegliere cosa fare e la responsabilità che ne consegue. E’ un peso considerevole, per me lo è. E mi rendo conto dell’estremo disordine della mia vita, dei miei pensieri.

Non avevo considerato che la mia mente non fosse abituata alla fatica. Ogni cosa al di fuori di uno schema è faticosa e il cervello fa di tutto per crearti degli alibi che ti evitino di faticare anche se ti devastano psicologicamente. Non riusciamo a concentrarci, non sappiamo bene cosa studiare perché ci sono troppe cose e non sappiamo da dove partire, vorremmo più tempo ma anche con più tempo ci prepareremmo di merda per quell’esame. Il cervello inizia a macinare: “non sei capace, questa non è roba per te, lascia perdere, non sei nemmeno in grado di studiare, ci riescono tutti tranne te. E cosa vai a fare se lasci l’università? La cameriera? La zoccola? Brava, vai a fare quello, è l’unica cosa che sai fare. Sei un peso per tutti, ti impegnassi almeno, stronza, invece di stare qua a piangerti addosso tutti i giorni. Patetica. Perché esisti? Dovresti morire, vorrei che morissi”.

Questa è una delle conversazioni standard che ho con il mio cervello quotidianamente. Le cose che si arriva a dirsi a volte sono così cattive da distruggerci come una lunga serie di coltellate, e quando si è a pezzi, improvvisamente, si ha un valido motivo per non studiare. Sentirsi delle merde è sempre una scusa che funziona da dio per evitare la fatica, o di fare semplicemente quello che si dovrebbe. Quel gran figlio di troia del nostro cervello ha fatto uno sforzo immane per svilirci del tutto ma vigliacco il cazzo che impieghi le stesse energie per farmi imparare il teorema del momento angolare. Il bastardo.

Ci si rende sempre conto di quello che non quadra tutto in una volta, e i problemi sembrano troppi, e il problema più grande sembra sempre che sia tu. Arriviamo a preferire di odiarci pur di non fare la fatica di tirarci fuori d’impiccio, di rimboccarci le maniche e fare qualcosa. L’importante è fare qualcosa e non lasciarsi fagocitare dalla vacuità dei propri pensieri. Ed ogni giorno ritentare. L’ho vissuto sulla mia pelle nell’ultimo periodo e sono arrivata a farmi delle domande. Perché faccio sempre gli stessi errori? Perché ogni volta che riprovo casco sempre nello stesso punto? Perché non mi viene naturale come viene a tutti? Perché il mio cervello continua a rifuggire il dovere e non sa darsi dei fottuti limiti? In nulla. Improvvisamente ti accorgi che quando hai piena libertà decisionale non sei capace di darti delle regole in nulla: col cibo, col sesso, col divertimento, con lo studio, con l’alcol. Niente. Subisci ogni cosa e se è divertente ti lasci trasportare completamente senza capire quando bisognerebbe staccare, se è difficile o impegnativa ti inabissi fino a stare male nei vortici astrusi della tua inadeguatezza.

Sono stufa di andare a letto pensando di aver fallito, con la consapevolezza che per l’ennesima volta non ho tenuto duro. La vera sfida è andare avanti a combattere pur sapendo che perderemo. La vera sfida è combattere, sempre, a piccoli moderatissimi passi, e se ci accorgessimo di avere la tenacia di tener testa alle difficoltà impareremmo ad apprezzarci un po’ di più.

Domani studio, una cosa vecchissima, per un esame che non passerò, con migliaia di altre cose davanti da fare e da imparare. Ma domani è un intervallo di tempo finito, e mi interessa di come dormirò domani sera, e non di tutti gli obiettivi che avrò o non avrò raggiunto tra tre anni. Domani sera. Voglio chiudere gli occhi e sentire che il tempo che ho non è andato sprecato. Che da ogni giorno riesco a dare un minimo di valore alla mia vita, un minimo di valore a me stessa.

 

Camilla

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