Indulgenza selettiva

Piccola parentesi introduttiva. L’ultimo articolo era tra le bozze da tre mesi grosso modo. Si parlava, non a caso, di pigrizia.

La situazione attuale: ho mandato all’aria le mie vacanze estive condannandomi a studiare analisi per tutto agosto, sono ingrassata di sei chili, ho passato due esami su nove e non ho il moroso ma solo qualche occasionale innocua scopata. Ciò premesso, non ha senso piangere sul latte versato. Il problema dov’è stato? Beh, l’ultimo esame che ho dato è stato Laboratorio, a luglio. Una volta dato quello ho pensato di prendermi una settimanella per rilassarmi e riflettere sul mio futuro. La settimanella è diventata tre settimanelle e la riflessione con annesso piano di studi tattico per l’estate è diventato l’accozzaglia di dubbi, paure, angosce, perplessità, pianti e desiderio di morte. Prevedibile in realtà, sono io ad essere sempre troppo ottimista. Mi sono ritrovata ad avere sette esami da preparare, per la metà dei quali avevo cessato di seguire le lezioni perché non capivo, non riuscivo a seguire e l’avevo trovato inutile. Non sai mai se ti sopravvaluti o ti sottovaluti ma nel dubbio si fa sempre la scelta sbagliata. Insomma, m’è salito il panico. E’ diverso studiare molto e avere difficoltà a passare gli esami, tentandoli ugualmente tutti. Non nego che sia frustrane, anzi, ma è diverso. Se si è sufficientemente positivi si sa che va solo raddrizzato il tiro e con un po’ di insistenza si vedrà la luce alla fine del tunnel. Ma cosa fai quando ti sembra di avere un problema ad impegnarti? A metterti a studiare? Ad organizzare i tuoi esami e tentarli. La verità è che in tutto l’anno ho provato realmente due esami, gli altri a cui sono andata non erano dei tentativi, andare a provare una maratona dopo essersi allenati solo un giorno non è provare, è andare a vedere quanto si è inadeguati. Vedete? E’ una difficoltà completamente diversa. Gli amici e i parenti ti dicono di provare comunque quell’esame per cui non sei sicuro ma non sanno che tu hai conoscenze e competenze per un sesto di quelle necessarie anche solo per affrontare l’esame. Così che senso ha? Ho capito che il problema, il vero problema di questo primo anno in realtà era questo. I concetti difficili si possono capire, ci metterete il vostro tempo e alla fine ce la farete. Ma imparare ad impegnarsi non è altrettanto banale. Ho deciso di intraprendere questa strada per pochi validi motivi: venivo da un ambiente e da un’esperienza scolastica in cui ero sempre riuscita ad essere straordinariamente brava senza fare eccessivo sforzo e le poche volte in cui è capitato di notare che il poco impegno poteva non rendere altrettanto mi ha gettato nel panico. Ho capito che era un mio limite, una cosa con la quale prima o poi mi sarei dovuta confrontare e sentivo che era il momento di farlo. Non avevo certezze sul futuro, o vocazioni particolari e fisica mi affascinava anche se la conoscevo e capivo poco. Ho scelto di provare e ho pensato ingenuamente che avrei semplicemente messo anima e corpo nello studio, che avrei dato il massimo e con calma avrei raggiunto i risultati. Ho dato per scontato di essere in grado di dare il massimo, e non è stato così. Ogni fallimento, ogni fatica diventavano la concreta espressione della mia inadeguatezza. Ho sofferto nel vedermi così allo sbaraglio, così piccola in confronto agli altri, così incapace di gestire la frustrazione, la paura, così priva di determinazione, passione, motivazione. Ogni volta affrontare lo studio, soprattutto all’inizio, mi riempiva di ansia, ancora prima di iniziare mi spaventava l’idea di non capire immediatamente ciò che avrei studiato, di sentirmi stupida. L’anno è proseguito così. Non senza miglioramenti nel metodo, non lo nascondo e ne sono felice. Ma il confronto con gli altri e con me stessa è sempre lì.

Ho deciso, questo mese, di dedicarlo allo studio anche perché sentivo che avrebbe dovuto essere una sorta di allenamento psicologico. Il fine primario non è passare quest’esame anche se chiaramente ci terrei molto, ma è stato riuscire a studiare un po’ ogni giorno, volta per volta, darmi dei tempi, ottimizzare le mie risorse e preparare analisi in maniera un po’ più superficiale ma più efficace. Lo scopo era accettare i miei limiti, accettare i giorni in cui non avrei avuto voglia e motivazione e trovare piccoli escamotage per fare ugualmente qualcosa di utile, arrivare a fine giornata soddisfatta, contenta di aver svolto il mio lavoro anche se a volte i risultati non sono quelli sperati. Ho accettato i momenti no, e i momenti di demotivazione e ho capito quando era meglio lasciar perdere e riposare la testa perché troppo schiacciata da pensieri inutili. Bisogna imparare a conoscersi e a non imporsi su sé stessi al di là delle proprie capacità. Prima bisogna entrare in confidenza con il proprio cervello, con il nostro modo di ragionare e di reagire alle cose. Una volta che avremo imparato ad essere indulgenti potremo alzare l’asticella e pretendere un po’ di più. Così si migliora, a piccoli passi.

Io spero di averlo imparato un pochino quest’anno.

Camilla

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