Cercasi Guru dello studio

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Ed eccoci qui. Secondo anno. E’ passato un secolo dal primo giorno di università eppure a me sembra che tutto quel tempo trascorso si sia magicamente volatilizzato. Sono di nuovo qua. Biblioteca della facoltà, computer a portata di mano, quaderno di algebra, nozioni base sui connettivi logici. E’ un fottuto dejavu. Eppure qualcosa di diverso c’è, (sarebbe strano il contrario), una sorta di nuova consapevolezza, di pacato ottimismo. Cerco di partire con un atteggiamento insolito per i miei standard, ovvero senza crearmi aspettative irrealistiche, senza eccedere in entusiasmi ingiustificati e senza, allo stesso tempo, demotivarmi per le difficoltà più comuni ed insignificanti. Sono risalita su questa nave convinta di quello che facevo, sapendo che il mare sarebbe stato agitato anche stavolta, ma la differenza è che ora so quello che mi aspetta, so di avere delle potenzialità, e so che, mettendocela tutta, posso domare questa tempesta. Metafora un po’ infelice ma rende significativamente l’idea. Ho capito una cosa in queste ultime due settimane di studio matto e disperatissimo. Diverse persone a me care ritengono che questa mia decisione di studiare fisica sia una sorta di punizione che mi infliggo, di tentativo vano di dimostrare qualcosa agli altri e a me stessa, intraprendendo una strada impegnativa e per la quale non sono portata. Insomma, dovrei essere spinta da una sorta di masochistico intento. La faccenda è un po’ più complessa, nonostante non nego di essere un asso nell’auto-fustigazione. Ho scelto di studiare una cosa che mi interessa, se avessi voluto barcamenarmi in qualcosa di complesso del quale non me ne frega un cazzo avrei scelto medicina, ingegneria meccanica o che so io. Ho scelto fisica perché mi affascinava e perché trovavo triste il fatto di indirizzarmi verso una facoltà per il semplice fatto che sarei stata molto brava, certo sarebbe stato più semplice e meno frustrante. Ma credo che nella vita prima o poi sia necessario confrontarsi con qualcosa che non ci viene bene, con qualche vittoria non gratuita. Ho pensato che fosse quello che mi serviva.

Ho notato che un’idea diffusa tra molte persone è che le materie scientifiche siano una questione di talento, di attitudine, di testa. O ce l’hai o non ce l’hai. Molti mi chiedono addirittura “Ah, fisica, ma dopo cosa vai a fare?”. Non capisco molto il senso di domande di questo tipo, soprattutto quando si tratta di un corso di laurea come Fisica. E’ come se la maggior parte delle persone fosse convinta che una volta laureati gli unici sbocchi possibili siano diventare un astronauta o scoprire la teoria della relatività o, in alternativa mendicare sotto i ponti. La verità è che Fisica, come altre materie di carattere scientifico, non danno una formazione prettamente nozionistica, ma permettono di sviluppare metodi di ragionamento, capacità di problem-solving, e tutta una serie di competenze trasversali molto utili in un sacco di ambiti che potrebbero non avere nulla a che vedere con il mondo della ricerca. Io credo che anche quest’aspetto sia molto affascinante, e vorrei scavare per vedere il modo in cui la mia mente può diventare elastica. Mi è piaciuto osservare, in quest’anno che è passato, quanto è cambiato il mio modo di ragionare e di gestire i problemi, il metodo di studio che ho modificato in continuazione adattandolo alle mie esigenze.

Ed ecco il segreto: metodo. I ragazzi più brillanti del mio corso non erano talentuosi Will Hunting, non leggevano i libri ed in un attimo ogni concetto gli si imprimeva con chiarezza nella mente senza fare il minimo sforzo. Erano ragazzi con una chiara propensione per la matematica e la fisica e con un metodo sedimentato di studio. Nessuno di questi ha passato gli esami con facilità o senza studiare, anzi, molti di loro hanno studiato molto di più di quelli che, come me, erano maggiormente in difficoltà. Il loro vantaggio più grosso credo fosse proprio il fatto di avere, negli anni trascorsi al liceo, sviluppato la capacità di studiare tanto e per tempi prolungati, sbattendo la testa su concetti spesso ostici senza farsi abbattere ma, anzi, stimolare dalla difficoltà. Insomma, credo si tratti di abitudine ad avere a che fare con cose che non si capiscono. Non è banale. Io nella mia esperienza di liceale ho sempre capito tutto con poco sforzo e poco impegno. Poi ti ritrovi, all’università, catapultato in un mondo in cui neanche l’impegno a volte basta.

Quindi il piano è questo. In parole povere: imparare ad impegnarmi. Voglio raggiungere questa nuova sessione sapendo di aver fatto il massimo, voglio capire veramente di cosa posso essere capace e sono stufa di vagabondare tra esami non fatti con la coscienza sporca per la consapevolezza di non aver dato abbastanza. E forse anche questo è uno degli insegnamenti più importanti della vita universitaria, o della vita in generale. E cioè che, a volte l’unica possibilità è fare del proprio meglio, il nostro organismo ci impedisce di fare diversamente attraverso iniezioni continue di senso di colpa. È quel modo che il nostro cervello ha per dirci: “svegliati, la vita è una, e vivila, che cazzo!”

 

Camilla

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