I can go the distance

Un anno. Un anno sembra un’enorme perdita di tempo. Enorme, devastante. Che ti mette il dubbio di aver sbagliato tutto e più vai avanti più temi di star percorrendo la strada sbagliata. E invece, a volte, un anno serve tutto per capire, per capirsi, per capire quale sia la direzione giusta, per capire cosa si vuole, quali sono i propri obiettivi e cosa serve per raggiungerli, e soprattutto se ne vale la pena.

Eccomi qui, a distanza di un anno, per dirlo: sì, ne vale la pena. Vale la pena la fatica, la sofferenza, il sentirsi sempre un passo indietro agli altri, sempre insicuri, sempre impotenti davanti alle proprie paure. Vale la pena passare attraverso tutto ciò per arrivare anche al più piccolo misero traguardo, al primo scalino da salire. Due giorni fa ho dato anali 1, un esame che a Fisica è come E venne il giorno (The Happening), ovvero o ti uccide o ti induce al suicidio. Analisi 1 è un grande scoglio da superare per tutti e ieri il mio cellulare si è illuminato con la notifica di una mail arrivata nella mia casella di posta dell’università. Sull’oggetto l’enorme scritta “RISULTATI ANALISI 1”. La paura. Per la prima volta, dopo un anno, avevo dato quell’esame presentandomi preparata, capendo cosa mi veniva chiesto e con gli strumenti per poterlo risolvere ed ero soddisfatta del mio lavoro, di come avevo studiato, di come avevo svolto lo scritto. Ma, improvvisamente, la paura di essermi per l’ennesima volta sopravvalutata. Non finisce tutto una volta consegnato il foglio, bisogna aspettare il verdetto. E il verdetto è stato positivo.

Tutti questi mesi ho studiato cercando di tatuarmi nella mente una sola immagine, il momento in cui avrei passato quell’esame e avrei dimostrato a me stessa di essere in grado. Non volevo quasi pensare a cosa avrei provato se non fossi riuscita perché nella mia testa prendevano vita solo visioni catastrofiche. Per me era quasi vita o morte. “Non posso non passarlo”, questo mi ripetevo. Era il mio obiettivo. Ed avere un obiettivo così forte, così importante mi ha aiutato, mi ha dato la spinta e la carica per affrontare questi mesi con meno complessi. Il problema di studiare è che uno finisce col passare più tempo a rimuginare su quanto gli manca, su quello che avrebbe dovuto fare, sul fatto che dovrebbe studiare di più, al posto di studiare davvero.

Sono felice di questo percorso, sono felice perché è servito, e fino all’ultimo ho avuto il dubbio di star girando a vuoto, di non avere abbastanza motivazione, passione, determinazione e alla fine ho capito che sono parole finte. Parole vuote alle quali attribuiamo significato per poterne percepire la mancanza, come se fossero un nostro difetto, delle caratteristiche che non ci appartengono. Per giustificarci. La verità è sempre che parte da noi, bisogna cercare dei motivi per appassionarsi, degli obiettivi da perseguire, dei metodi per capire come procedere. Ho pensato di non arrivarci mai, di non essere in grado di impegnarmi in nulla nella vita e di dover lasciar perdere tutto.

Ma è passato un anno. E, ve l’ho detto, in un anno si possono scoprire così tante cose belle e brutte su sé stessi che a volte possiamo rimanere impressionati dalla nostra capacità di apprendere e cambiare, di evolvere e migliorarci. Mi basta questa piccola spinta per sapere, d’ora in avanti, che questo è il posto in cui voglio stare e che, nonostante la fatica e il senso di inadeguatezza che torneranno presto a trovarmi, ne vale la pena. Sì, ne vale la pena.

Camilla

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