L’arte del tuffo a minchia

Credo di essere una persona che si mette abbastanza in discussione. Forse troppo. Perché ogni tanto vorrei vivere di qualche cieca convinzione, vorrei avere qualche superficiale certezza e andare avanti per la mia strada a muso duro. Come chi quando deve fare un tuffo da una roccia molto alta si lancia senza neanche pensare a quanto è profonda l’acqua in quel punto, se ci sono degli scogli sotto, se riuscirà a saltare abbastanza in là da non sfracellarsi il sedere contro la parete rocciosa ecc ecc…. Ecco io non ne sono capace. Se dovessi tuffarmi passerei un quarto d’ora a pensare a tutte le possibili implicazioni del mio salto, che siano fisiche, sociali, morali, sant’iddio, è solo un salto. No, non lo è. Perché anche se tutti riescono a farlo non significa che io ci riuscirò, e anche quando sarò quasi convinta ci sarà sempre quel momentino in cui sono lì lì per lanciarmi ma qualcosa mi blocca.

Vorrei lanciarmi da questo scoglio e basta. Che succederà mai? Tanto non posso prevederlo. Forse vorrei essere come chi ha un tuffo preferito, e lo sa fare benissimo, ed è certo della sua efficacia. Io invece no, so solo che dovrò buttarmi come un sacco di patate abbandonandomi all’oblio. E questo a volte dà conforto, perché certo che per gli altri è più facile, sanno come tuffarsi, provateci voi a farlo a cazzo di cane, o a dover fare duecento lezioni di tuffo di testa prima e poi ne parliamo. Ma la situazione non cambia. Io rimango lì, un sacco di patate fermo, ma pur sempre un sacco di patate.

Pensavo qualche tempo fa di aver trovato la mia strada, era il mio sogno avere un sogno, avere un’ambizione, avere una passione, qualcosa per cui correre e tuffarmi. E invece no, condannata all’autoanalisi (se vi fa schifo analisi funzionale credetemi, questa è peggio). Ed eccomi qui, il mio sogno si deve essere buttato per andare a nuotare con altre persone vedendo che io tergiversavo. Spogliata della mia piccola gratificante ambizione. Perché? Perché mi sembra che ogni strada sia aperta a chi è già bravo in qualcosa, a chi è già esperto, a chi è già così interessato e così appassionato da voler intraprendere proprio quel percorso. Cosa resta per chi, come me, sta ancora cercando di capire cosa gli piace? Per chi vorrebbe provare e vedere come va? Solitamente colloqui motivazionali durante i quali, in mezzo ad altre 800 persone che darebbero i reni per fare la stessa cosa, alla domanda “perché vorresti intraprendere questo percorso?” risponderesti “boh…per provare, ero curioso”.

Bisogna correre dei rischi. E io lo so. Voglio dire credo di aver corso un grosso rischio, stando a sentire il mio senso di inadeguatezza, iscrivendomi a fisica e accettando il fatto di dover fare schifo, sentirmi stupida, sentire perennemente di essere meno adatta e meno motivata di altri per questa materia. Meno motivata. E’ questa la cosa che mi distrugge. Vorrei provare a fare tutto e sotto sotto sento di non essere adatta a fare niente. Ed è stancante rischiare, ogni tanto piacerebbe fare qualcosa e andar lì a colpo sicuro.

E in tutto ciò sto notando una cosa negativa dell’università o forse di Fisica. Ovvero che per quanto il percorso che ho fatto mi abbia arricchito tantissimo e non mi penta della mia scelta, il tempo che Fisica sta assorbendo e ha assorbito dalla mia vita è stato sottratto a quella parte di me che avrebbe voluto apprendere e conoscere altre cose. Sviluppare altri interessi. E andrebbe anche bene se uno poi volesse continuare la carriera da fisico, ma non è il mio caso. E’ difficile essere produttivi al 100% in ogni ramo della propria vita ogni giorno: pensare allo studio, pensare alla propria salute fisica e mentale, pensare al futuro, alla propria relazione, ai propri interessi e come coltivarli e quali coltivare. Tenendo conto che per passare gli esami lo studio dovrebbe occupare il 60% delle mio giornate, in quel 40% si concentra il resto. E attenzione, questo è possibile se idealmente siete sempre produttivi e sul pezzo in quel 60%. Ciò implica non considerare le giornate no, gli imprevisti, l’esigenza di socialità, la mancanza di concentrazione, la stanchezza e i problemi fisici. Quindi considerando che non sono neanche lontanamente così prestante direi che il tempo che in una giornata va dedicato allo studio nel mio caso è meglio farlo salire al 90%. E non è essere duri con sé stessi, è una semplice valutazione dei propri limiti. Quindi dopo uno sguardo più accurato alle proprie capacità direi che ci rimane quel 10% di tempo da dedicare a tutto il resto. Non c’è tempo per il defaticamento, per fermarsi. Ma per quanto ci si voglia sentire indistruttibili quel tempo serve perché se non c’è i pensieri troveranno il modo di occupare altri momenti della giornata e se ne approprieranno facendoti perdere altro tempo e diluendo all’infinito le ore di cui avresti bisogno per portare a termine quantomeno i tuoi doveri di studente.

Mi riferisco in questo caso solo alle giornate prototipo di uno studente A) perché non ho mai lavorato quindi non posso affermare con certezza che questo valga anche per un lavoratore e B) perché lo studio ha di base quella comodissima ed insopportabile prerogativa dell’essere liberi. Quando lavori l’obbligo che ti lega alle tue mansioni ti dà poco tempo di riflettere sulla tua vita e sul suo significato, sul quanto sei produttivo o sulle motivazioni per cui non riesci ad esserlo sempre. Lo devi essere e basta. Bello studiare, bella quell’eterno mettersi alla prova ogni giorno per vedere quanto si riesce ad essere delusi da sé stessi e dalle proprie prestazioni.

Ritornando a noi, il senso di questo soliloquio delirante è di mettere nero su bianco il mio disorientamento. Sto cercando di capire negli ultimi mesi, e Tim Urban con questo articolo mi sta aiutando a farlo, cos’è che voglio da me stessa e per me stessa. Mi chiedo se i miei desideri siano autenticamente miei, se e quanto le mie paure e i condizionamenti dall’esterno e da altre persone giochino un ruolo nel capire come voglio che sia la mia vita nei prossimi anni. Una cosa che ho compreso è che non ho modo di prevederlo, e che pensare al futuro è sacrosanto, ed è anche dovuto ai nostri genitori che non potranno mantenerci in eterno, ma allo stesso tempo forse è anche legittimo accettare quello che ci arriva. Accettare l’incertezza e approcciarsi al futuro con senso di sfida, di scoperta e cercare di impegnarsi in ciò che diventerà la propria occupazione, qualunque essa sia (escludendo cose illegali, non impegnatevi troppo in quelle, mi raccomando).

Sento di dover prendere una decisione che determinerà il resto della mia vita ma non è così, o meglio certo, le mie scelte condizioneranno il mio futuro, ma non è l’ultima domanda di “Chi vuol essere milionario?”, non è che perdo tutto o vinco tutto. E ritornando al discorso di prima, quando lo studio permea così tanto la tua vita poi è difficile ritagliarsi anche dello spazio per indagare sulle varie possibilità che si hanno, per pensare al futuro appunto. Soprattutto se è una cosa che spaventa e per la quale bisogna avere tempo, attenzione e la pazienza di guardarsi intorno. Molti dei dubbi che ho sono anche legati al fatto che non conosco realmente le mie possibilità. Mi intriga scoprire cose nuove ed allo stesso tempo mi spaventa accorgermi di quanto sia prossima al momento delle decisioni, e che magari alcune dovrò prenderle adesso per giocare d’anticipo. Ma temo che farmi prendere dall’ansia di imboccare la strada giusta una volta laureata possa solo peggiorare le mie scelte. L’altro lato di un nostro desiderio può essere la paura dell’opposto, è una delle cose sagge che diceva Tim Urban nel suo articolo.

Per concludere, che aspettative abbiamo sulla nostra vita? Forse il dubbio e l’angoscia che accompagnano questo periodo sono legate al fatto di essermi sempre aspettata troppo dalla me del futuro. Delegando al “poi” la responsabilità di fare qualcosa di grandioso, di diventare una persona grandiosa. E invece mi guardo, in questo momento ho 24 anni, sono un’adulta a tutti gli effetti, con l’accessorio in più di essere mantenuta, e non ho nulla di grandioso. Solo un’accozzaglia di incertezze come quelle che avevo prima di scegliere l’università. Sembra di tornare sempre un po’ a questo punto. E faccio sempre più fatica a scindere tra ciò che è vero e quelle che sono le palle e le giustificazioni che mi costruisco. E sempre quella sensazione di dover saltare senza neanche sapere come farlo.

Camilla


10 risposte a “L’arte del tuffo a minchia”

  1. Te possino…. leggere ste cose di Lunedì. Alcune rapidissime riflessioni:

    1 E’ sano e fisiologico avere alte aspettative sui “noi stessi futuri”: è uno stimolo di crescita. Ad un certo punto però occorre conciliare quelle che sono o erano le ns. aspettative (che non basandosi sull’esperienza sono probabilmente sproporzionate) con la realtà e soprattutto comprendere che non raggiungere determinate vette non è automaticamente segno di scarso valore (in alcuni casi è addirittura una fortuna)
    2 Tuo papà voleva fare il medico, io la scrittrice: avere passioni è bello, ma non necessariamente utile o indispensabile E’ importante invece avere progetti.
    3 La realizzazione di cose davvero importanti è una grandissima rottura di coglioni
    4 Puoi pensare di conoscere veramente le cose e le situazioni solo quando ci sei passato in mezzo, concretamente
    5 Nel 2018 una turista americana si è lanciata dagli scogli di Riomaggiore senza fare grosse valutazioni: si è fratturata colonna vertebrale, bacino, gambe e piedi. Aveva la tua età. Forse ce l’ha ancora, ma credo non cammini molto bene. Riflettere sulle conseguenze alle volte non è un male. Anche decidere di non tuffarsi, in alcuni casi, può essere una scelta saggia.
    6 Non credere a tutto quello che pensi.

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    • Nu, non credo a tutto tutto quello che penso, ma non so bene a quali cosa credere. Però è vero quello che dici, forse avere passioni non è così indispensabile. Sento che dovrei avere le idee più chiare sul mio futuro, sapere già dove andare no? Come quando vai in una città nuova ma hai già trovato il parcheggio a pagamento e sai che non devi vagare come un deficiente. Ecco… Io vago un po’… Come un cretino… Un deficiente… “scorreggiavi nella vasca e ridevi a cazzo”… Ecc ecc… Mi sono fatta trasportare

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      • Non sei deficiente. Sei inesperta. E sei convinta che una cosa debba piacere prima di essere fatta… che è anche una delle mie – errate – convinzioni. La mia s(fortuna) è che ad un certo punto sono stata costretta a scegliere,pertanto la passione me la sono un po’ girata su per… Ma, a parte la mia drammaticissima esperienza, vero è che a volte il bello, l’interessante, il meritevole si trovano anche nelle cose che a pelle non ci piacciono. Vero è che il vero bello, interessante e meritevole di trovano nel COME facciamo le cose. Quindi, laureiamoci e poi facciamo qualcosa, anche senza premonizione divina… Il famoso tuffo a minchia

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