Orizzonti

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Sixsmith, salgo i gradini dello Scott monument ogni mattina, e tutto diventa chiaro. Vorrei poterti fare vedere tutta questa luminosità, non preoccuparti, va tutto bene, va tutto così perfettamente maledettamente bene. Capisco ora che i confini tra rumore e suono sono convenzioni. Tutti i confini sono convenzioni, in attesa di essere superate; si può superare qualunque convenzione, solo se prima si può concepire di poterlo fare. In momenti come questi, sento chiaramente battere il tuo cuore come sento il mio, e so che la separazione è un’illusione. La mia vita si estende ben oltre i limiti di me stesso.

-Cloud Atlas

Mi è capitato di ripensare ai primi giorni di università, proprio ora, riaprendo algebra lineare e guardando con un po’ di stordimento le matrici. Ho cercato di ritornare con la mente a quel periodo, così differente da ora che sembra che il tempo in mezzo abbia deciso di andare a prendersi un caffè con gli amici, per riprendere il suo lavoro un po’ più tardi del solito. Come prima cosa ho ricordato le lacrime, il terrore. Uso la parola terrore non a caso, perché quello che provavo era così distante e così più forte della paura da non potersi definire tale. Ricordo i tentativi di seguire ogni lezione nei primi banchi senza crollare a piangere, guardando il foglio con insistenza nel tentativo di calmarmi, ma più fissavo quelle scritte più il mio cervello entrava in un pericoloso stato di allarme dal quale non riusciva più a sfuggire. Ricordo un amico che ad intervalli costanti mi dava una leggera gomitata e mi guardava dicendomi di rimanere a galla. Quante volte mi sono sentita affogare. Quante volte sono tornata a casa, nel mio rifugio per crollare in un abisso di disperazione ed insicurezza, angosciata all’idea di star affrontando qualcosa di troppo più grande di me, di star fallendo, di non essere abbastanza forte, abbastanza determinata o abbastanza motivata. Ricordo anche tutte le volte in cui aprivo un libro e per ogni cosa che non capivo riuscivo solo a pensare a tutto quello che mi sarebbe mancato da capire. Ricordo l’infinito senso di inadeguatezza e il continuo confronto con i compagni sempre più appassionati o più capaci di me.

E poi mi vedo ora. Mi guardo attentamente. Mi guardo allo specchio e mi affascina notare il fatto che non capirò mai chi sono davvero. Perché avevo delle idee su di me, su chi fossi e su cosa volessi, idee che sono state completamente stravolte dagli eventi, dalle parole, dalle persone che ho avuto accanto e dai miei pensieri. Cambiamo con una velocità così disarmante da renderci impossibile capirci fino in fondo. Io non mi capisco. Lo ammetto. Ed è una delle cose più sensazionali che questo percorso mi sta permettendo di imparare. Umanamente sento di starmi arricchendo come forse mai mi è capitato e magari mai mi capiterà. Mi sono addentrata in un periodo di tale lucidità e profonda introspezione. Prendo consapevolezza di ciò che è cambiato in me, mi sento più forte, più sicura, più ottimista, più razionale. Non so ancora chi sono, ma so che i limiti che finora il mio cervello mi ha imposto sono stati tutti scavalcati, tutte le paure che lui mi convinceva ad avere sono state affrontate.

E allora può darsi che, alle volte bisogna aver fiducia incondizionatamente in sé stessi e sbattere contro ogni muro finché non lo si abbatte. E vi verrà un mal di testa tremendo, anche se si tratta di muri fasulli, voi tenetevi il mal di testa e continuate ad andarci addosso che il dolore è un’illusione, fidatevi.

 

Camilla

I can go the distance

Un anno. Un anno sembra un’enorme perdita di tempo. Enorme, devastante. Che ti mette il dubbio di aver sbagliato tutto e più vai avanti più temi di star percorrendo la strada sbagliata. E invece, a volte, un anno serve tutto per capire, per capirsi, per capire quale sia la direzione giusta, per capire cosa si vuole, quali sono i propri obiettivi e cosa serve per raggiungerli, e soprattutto se ne vale la pena.

Eccomi qui, a distanza di un anno, per dirlo: sì, ne vale la pena. Vale la pena la fatica, la sofferenza, il sentirsi sempre un passo indietro agli altri, sempre insicuri, sempre impotenti davanti alle proprie paure. Vale la pena passare attraverso tutto ciò per arrivare anche al più piccolo misero traguardo, al primo scalino da salire. Due giorni fa ho dato anali 1, un esame che a Fisica è come E venne il giorno (The Happening), ovvero o ti uccide o ti induce al suicidio. Analisi 1 è un grande scoglio da superare per tutti e ieri il mio cellulare si è illuminato con la notifica di una mail arrivata nella mia casella di posta dell’università. Sull’oggetto l’enorme scritta “RISULTATI ANALISI 1”. La paura. Per la prima volta, dopo un anno, avevo dato quell’esame presentandomi preparata, capendo cosa mi veniva chiesto e con gli strumenti per poterlo risolvere ed ero soddisfatta del mio lavoro, di come avevo studiato, di come avevo svolto lo scritto. Ma, improvvisamente, la paura di essermi per l’ennesima volta sopravvalutata. Non finisce tutto una volta consegnato il foglio, bisogna aspettare il verdetto. E il verdetto è stato positivo.

Tutti questi mesi ho studiato cercando di tatuarmi nella mente una sola immagine, il momento in cui avrei passato quell’esame e avrei dimostrato a me stessa di essere in grado. Non volevo quasi pensare a cosa avrei provato se non fossi riuscita perché nella mia testa prendevano vita solo visioni catastrofiche. Per me era quasi vita o morte. “Non posso non passarlo”, questo mi ripetevo. Era il mio obiettivo. Ed avere un obiettivo così forte, così importante mi ha aiutato, mi ha dato la spinta e la carica per affrontare questi mesi con meno complessi. Il problema di studiare è che uno finisce col passare più tempo a rimuginare su quanto gli manca, su quello che avrebbe dovuto fare, sul fatto che dovrebbe studiare di più, al posto di studiare davvero.

Sono felice di questo percorso, sono felice perché è servito, e fino all’ultimo ho avuto il dubbio di star girando a vuoto, di non avere abbastanza motivazione, passione, determinazione e alla fine ho capito che sono parole finte. Parole vuote alle quali attribuiamo significato per poterne percepire la mancanza, come se fossero un nostro difetto, delle caratteristiche che non ci appartengono. Per giustificarci. La verità è sempre che parte da noi, bisogna cercare dei motivi per appassionarsi, degli obiettivi da perseguire, dei metodi per capire come procedere. Ho pensato di non arrivarci mai, di non essere in grado di impegnarmi in nulla nella vita e di dover lasciar perdere tutto.

Ma è passato un anno. E, ve l’ho detto, in un anno si possono scoprire così tante cose belle e brutte su sé stessi che a volte possiamo rimanere impressionati dalla nostra capacità di apprendere e cambiare, di evolvere e migliorarci. Mi basta questa piccola spinta per sapere, d’ora in avanti, che questo è il posto in cui voglio stare e che, nonostante la fatica e il senso di inadeguatezza che torneranno presto a trovarmi, ne vale la pena. Sì, ne vale la pena.

Camilla

InSight

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InSight è su Marte – Il Post

Il bello della scienza è l’ampiezza di visione che ti concede. È sia il bello che il brutto. È quella sensazione di mal di stomaco che ti viene mentre studi e ti rendi conto di quante cose ancora devi sapere, di quanto è vasta la conoscenza che puoi acquisire e che ancora devi acquisire, di quante cose che ci sono da sapere. È quella sensazione di non arrivare mai. Ed è proprio per questo, io credo, che si sceglie di intraprendere un percorso scientifico, un percorso incentrato sulla ricerca, perché esattamente come si è schiacciati dal non giungere mai ad un punto, dal non sapere mai abbastanza, si è spinti e stimolati ad andare sempre oltre, a cercare sempre di più. Il “quante cose ci sono da sapere” diventa un “quante cose ci sono da scoprire”.
Comprendere il mondo ci permette di comprendere noi stessi, e forse l’uomo studia le stelle per non sentirsi sulle spalle il peso dell’esistenza, ma piuttosto per rendersi conto di far parte di qualcosa di immenso, preciso, casuale e bellissimo.
Questa secondo me è la scienza. 
Cerchiamo noi stessi andando sempre più lontano, a scovare la meraviglia dell’inimmaginabile.

 

Camilla

Cercasi Guru dello studio

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Ed eccoci qui. Secondo anno. E’ passato un secolo dal primo giorno di università eppure a me sembra che tutto quel tempo trascorso si sia magicamente volatilizzato. Sono di nuovo qua. Biblioteca della facoltà, computer a portata di mano, quaderno di algebra, nozioni base sui connettivi logici. E’ un fottuto dejavu. Eppure qualcosa di diverso c’è, (sarebbe strano il contrario), una sorta di nuova consapevolezza, di pacato ottimismo. Cerco di partire con un atteggiamento insolito per i miei standard, ovvero senza crearmi aspettative irrealistiche, senza eccedere in entusiasmi ingiustificati e senza, allo stesso tempo, demotivarmi per le difficoltà più comuni ed insignificanti. Sono risalita su questa nave convinta di quello che facevo, sapendo che il mare sarebbe stato agitato anche stavolta, ma la differenza è che ora so quello che mi aspetta, so di avere delle potenzialità, e so che, mettendocela tutta, posso domare questa tempesta. Metafora un po’ infelice ma rende significativamente l’idea. Ho capito una cosa in queste ultime due settimane di studio matto e disperatissimo. Diverse persone a me care ritengono che questa mia decisione di studiare fisica sia una sorta di punizione che mi infliggo, di tentativo vano di dimostrare qualcosa agli altri e a me stessa, intraprendendo una strada impegnativa e per la quale non sono portata. Insomma, dovrei essere spinta da una sorta di masochistico intento. La faccenda è un po’ più complessa, nonostante non nego di essere un asso nell’auto-fustigazione. Ho scelto di studiare una cosa che mi interessa, se avessi voluto barcamenarmi in qualcosa di complesso del quale non me ne frega un cazzo avrei scelto medicina, ingegneria meccanica o che so io. Ho scelto fisica perché mi affascinava e perché trovavo triste il fatto di indirizzarmi verso una facoltà per il semplice fatto che sarei stata molto brava, certo sarebbe stato più semplice e meno frustrante. Ma credo che nella vita prima o poi sia necessario confrontarsi con qualcosa che non ci viene bene, con qualche vittoria non gratuita. Ho pensato che fosse quello che mi serviva.

Ho notato che un’idea diffusa tra molte persone è che le materie scientifiche siano una questione di talento, di attitudine, di testa. O ce l’hai o non ce l’hai. Molti mi chiedono addirittura “Ah, fisica, ma dopo cosa vai a fare?”. Non capisco molto il senso di domande di questo tipo, soprattutto quando si tratta di un corso di laurea come Fisica. E’ come se la maggior parte delle persone fosse convinta che una volta laureati gli unici sbocchi possibili siano diventare un astronauta o scoprire la teoria della relatività o, in alternativa mendicare sotto i ponti. La verità è che Fisica, come altre materie di carattere scientifico, non danno una formazione prettamente nozionistica, ma permettono di sviluppare metodi di ragionamento, capacità di problem-solving, e tutta una serie di competenze trasversali molto utili in un sacco di ambiti che potrebbero non avere nulla a che vedere con il mondo della ricerca. Io credo che anche quest’aspetto sia molto affascinante, e vorrei scavare per vedere il modo in cui la mia mente può diventare elastica. Mi è piaciuto osservare, in quest’anno che è passato, quanto è cambiato il mio modo di ragionare e di gestire i problemi, il metodo di studio che ho modificato in continuazione adattandolo alle mie esigenze.

Ed ecco il segreto: metodo. I ragazzi più brillanti del mio corso non erano talentuosi Will Hunting, non leggevano i libri ed in un attimo ogni concetto gli si imprimeva con chiarezza nella mente senza fare il minimo sforzo. Erano ragazzi con una chiara propensione per la matematica e la fisica e con un metodo sedimentato di studio. Nessuno di questi ha passato gli esami con facilità o senza studiare, anzi, molti di loro hanno studiato molto di più di quelli che, come me, erano maggiormente in difficoltà. Il loro vantaggio più grosso credo fosse proprio il fatto di avere, negli anni trascorsi al liceo, sviluppato la capacità di studiare tanto e per tempi prolungati, sbattendo la testa su concetti spesso ostici senza farsi abbattere ma, anzi, stimolare dalla difficoltà. Insomma, credo si tratti di abitudine ad avere a che fare con cose che non si capiscono. Non è banale. Io nella mia esperienza di liceale ho sempre capito tutto con poco sforzo e poco impegno. Poi ti ritrovi, all’università, catapultato in un mondo in cui neanche l’impegno a volte basta.

Quindi il piano è questo. In parole povere: imparare ad impegnarmi. Voglio raggiungere questa nuova sessione sapendo di aver fatto il massimo, voglio capire veramente di cosa posso essere capace e sono stufa di vagabondare tra esami non fatti con la coscienza sporca per la consapevolezza di non aver dato abbastanza. E forse anche questo è uno degli insegnamenti più importanti della vita universitaria, o della vita in generale. E cioè che, a volte l’unica possibilità è fare del proprio meglio, il nostro organismo ci impedisce di fare diversamente attraverso iniezioni continue di senso di colpa. È quel modo che il nostro cervello ha per dirci: “svegliati, la vita è una, e vivila, che cazzo!”

 

Camilla

Indulgenza selettiva

Piccola parentesi introduttiva. L’ultimo articolo era tra le bozze da tre mesi grosso modo. Si parlava, non a caso, di pigrizia.

La situazione attuale: ho mandato all’aria le mie vacanze estive condannandomi a studiare analisi per tutto agosto, sono ingrassata di sei chili, ho passato due esami su nove e non ho il moroso ma solo qualche occasionale innocua scopata. Ciò premesso, non ha senso piangere sul latte versato. Il problema dov’è stato? Beh, l’ultimo esame che ho dato è stato Laboratorio, a luglio. Una volta dato quello ho pensato di prendermi una settimanella per rilassarmi e riflettere sul mio futuro. La settimanella è diventata tre settimanelle e la riflessione con annesso piano di studi tattico per l’estate è diventato l’accozzaglia di dubbi, paure, angosce, perplessità, pianti e desiderio di morte. Prevedibile in realtà, sono io ad essere sempre troppo ottimista. Mi sono ritrovata ad avere sette esami da preparare, per la metà dei quali avevo cessato di seguire le lezioni perché non capivo, non riuscivo a seguire e l’avevo trovato inutile. Non sai mai se ti sopravvaluti o ti sottovaluti ma nel dubbio si fa sempre la scelta sbagliata. Insomma, m’è salito il panico. E’ diverso studiare molto e avere difficoltà a passare gli esami, tentandoli ugualmente tutti. Non nego che sia frustrane, anzi, ma è diverso. Se si è sufficientemente positivi si sa che va solo raddrizzato il tiro e con un po’ di insistenza si vedrà la luce alla fine del tunnel. Ma cosa fai quando ti sembra di avere un problema ad impegnarti? A metterti a studiare? Ad organizzare i tuoi esami e tentarli. La verità è che in tutto l’anno ho provato realmente due esami, gli altri a cui sono andata non erano dei tentativi, andare a provare una maratona dopo essersi allenati solo un giorno non è provare, è andare a vedere quanto si è inadeguati. Vedete? E’ una difficoltà completamente diversa. Gli amici e i parenti ti dicono di provare comunque quell’esame per cui non sei sicuro ma non sanno che tu hai conoscenze e competenze per un sesto di quelle necessarie anche solo per affrontare l’esame. Così che senso ha? Ho capito che il problema, il vero problema di questo primo anno in realtà era questo. I concetti difficili si possono capire, ci metterete il vostro tempo e alla fine ce la farete. Ma imparare ad impegnarsi non è altrettanto banale. Ho deciso di intraprendere questa strada per pochi validi motivi: venivo da un ambiente e da un’esperienza scolastica in cui ero sempre riuscita ad essere straordinariamente brava senza fare eccessivo sforzo e le poche volte in cui è capitato di notare che il poco impegno poteva non rendere altrettanto mi ha gettato nel panico. Ho capito che era un mio limite, una cosa con la quale prima o poi mi sarei dovuta confrontare e sentivo che era il momento di farlo. Non avevo certezze sul futuro, o vocazioni particolari e fisica mi affascinava anche se la conoscevo e capivo poco. Ho scelto di provare e ho pensato ingenuamente che avrei semplicemente messo anima e corpo nello studio, che avrei dato il massimo e con calma avrei raggiunto i risultati. Ho dato per scontato di essere in grado di dare il massimo, e non è stato così. Ogni fallimento, ogni fatica diventavano la concreta espressione della mia inadeguatezza. Ho sofferto nel vedermi così allo sbaraglio, così piccola in confronto agli altri, così incapace di gestire la frustrazione, la paura, così priva di determinazione, passione, motivazione. Ogni volta affrontare lo studio, soprattutto all’inizio, mi riempiva di ansia, ancora prima di iniziare mi spaventava l’idea di non capire immediatamente ciò che avrei studiato, di sentirmi stupida. L’anno è proseguito così. Non senza miglioramenti nel metodo, non lo nascondo e ne sono felice. Ma il confronto con gli altri e con me stessa è sempre lì.

Ho deciso, questo mese, di dedicarlo allo studio anche perché sentivo che avrebbe dovuto essere una sorta di allenamento psicologico. Il fine primario non è passare quest’esame anche se chiaramente ci terrei molto, ma è stato riuscire a studiare un po’ ogni giorno, volta per volta, darmi dei tempi, ottimizzare le mie risorse e preparare analisi in maniera un po’ più superficiale ma più efficace. Lo scopo era accettare i miei limiti, accettare i giorni in cui non avrei avuto voglia e motivazione e trovare piccoli escamotage per fare ugualmente qualcosa di utile, arrivare a fine giornata soddisfatta, contenta di aver svolto il mio lavoro anche se a volte i risultati non sono quelli sperati. Ho accettato i momenti no, e i momenti di demotivazione e ho capito quando era meglio lasciar perdere e riposare la testa perché troppo schiacciata da pensieri inutili. Bisogna imparare a conoscersi e a non imporsi su sé stessi al di là delle proprie capacità. Prima bisogna entrare in confidenza con il proprio cervello, con il nostro modo di ragionare e di reagire alle cose. Una volta che avremo imparato ad essere indulgenti potremo alzare l’asticella e pretendere un po’ di più. Così si migliora, a piccoli passi.

Io spero di averlo imparato un pochino quest’anno.

Camilla

Accettare di essere pigri

L’utilità e lo scopo di questo blog diventano sempre più esigui. Il mio ruolo di motivatrice è altrettanto dubbio, ma non per questo si lascia perdere. Confido in quell’unica piccola matricola spaventata come me che avrà il culo o la sfortuna di incappare in questi articoli e magari sentirà di avere qualcosa in comune con me, sentirà di non essere solo. Quindi gambe in spalla e procediamo.

La mia buona volontà nel frequentare le lezioni si è sciolta come un ghiacciolo al sole dopo la seconda o terza lezione di meccanica. I problemi di fondo sono due: l’ottusità della mia mente e l’attitudine del professore a spiegare concetti complessi come se li stesse raccontando ad un gruppo di fisici esperti che si rigettano nei fondamenti di meccanica giusto per diletto. Ora, le mie conoscenze di meccanica prima di iniziare erano una cosa del tipo “ah già, è vero che esistono le tre leggi di Newton”. Ora le mie conoscenze di meccanica sono “hey, esistono le tre leggi di Newton”.

Scherzi a parte, la materia è più che affascinante, è complessa ed intricata, ma apre una piccola minuscola porticina sulla comprensione di fenomeni che parrebbero banali. Per appassionarsi alla fisica di base bisogna percepirne la difficoltà, l’astrattezza, perché la prospettiva di studiare il moto di un pendolo, in sé e per sé, non è particolarmente intrigante. Ma serve, serve per capire cose molto più difficili, molto più avanzate, per arrivare a poter sbattere la testa su visioni inconcepibili che richiedono un’enorme ricchezza d’immaginazione. E niente, per farlo bisogna partire dal pendolo.

I professori questo dovrebbero trasmettere, sono cose che vi apriranno il mondo, che renderanno la vostra mente elastica al ragionamento, che vi permetteranno di accedere ad una conoscenza sempre più elevata ed ostica. Ma per mandare questo messaggio ai ragazzi il metodo giusto non sarebbe di svilirli spiegando velocemente concetti che, per alcuni, potrebbero non essere mai stati visti.

Il punto, in realtà, è che di professori molto bravi sarà difficile trovarne. Magari di esperti eccezionalmente brillanti nel loro campo certamente sì, ma bravi insegnanti non è detto. La motivazione va trovata dentro di sé, la propria strada, il proprio ritmo e il proprio metodo. Non dico di aver trovato i miei, ma mi rendo semplicemente conto che solo da sola posso capire l’importanza e la bellezza di ciò che studio.

E qui entra in scena un altro problema, ritornando all’ottusità della mia mente. Come vivere lo studio? Mi sono ritrovata ieri a guardare un gruppo di ragazzi al bar dell’università che facevano colazione e ridevano tra di loro. Ho pensato che fosse veramente bello e veramente strano che questi ragazzi riuscissero a studiare ed essere felici allo stesso tempo. Ecco, questo non è un tipo di pensiero adatto. Lo studio non è una cosa piacevole, su questo siamo tutti d’accordo. E voi tre sociopatici che riuscite a trovare invogliante la prospettiva di studiare, beh, diventerete dei geni ma non avete fatto molti aperitivi nella vostra vita. Studiare può essere gratificante, quello sì, ma di certo non è la prima cosa che vorremmo fare la mattina. Credo che il trucco consista nell’inserire lo studio nella propria routine, è più facile fare delle cose sgradevoli quando sono delle abitudini. Anche andare in palestra è difficile all’inizio, ma con calma si riesce a prendere il ritmo, ad abituarsi e dopo un po’ diventa un rito al quale si rinuncia mal volentieri. Il concetto è il medesimo, solo che in questo caso, oltre alla forza di volontà e il culo, va allenata la forza di volontà ed il cervello. Non vi do torto, è mille volte più difficile sviluppare le capacità di concentrazione quando e come vogliamo, per il tempo che vogliamo, nessuno è perfetto e bisogna escogitare degli stratagemmi. Non nascondetevi dietro alibi e istinti di autofustigazione del tipo “non sono fatto per studiare”. No, amici, fidatevi, sono stupide voci. Io le ho ascoltate per fin troppo tempo ed hanno l’unico odioso scopo di rallentarvi, di trovarvi una scusa per non fare ciò che dovreste. Il cervello è pigro, non vuole fare eccessivi sforzi, preferisce investire tutte le sue energie nel dirvi che siete delle merde piuttosto che concentrarsi mezz’ora sul paragrafo che parla del momento di inerzia. Non dovete perdervi d’animo, è un’abilità che va allenata, e c’è chi la possiede innata, chi riesce a studiare otto ore di fila senza stancarsi, senza cali di motivazione, chi capisce tutto subito e nell’istante in cui decide di mettersi a studiare lo fa. Beh, non siamo tutti così, non ha senso affliggersi e dare inizio a castelli di confronti con persone che abbiamo deciso essere migliori di noi. Sono migliori in quello, non in ogni cosa, voi magari riuscite a parlare con la ragazza che vi piace e chiederle di uscire mentre loro sono ancora lì che la guardano da lontano. Che ne sapete? Ognuno ha il suo. Per cui, mettersi il cuore in pace e rimboccarsi le maniche.

Camilla

“Do that fuckin’ thing and keep your mind wide open”

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Ritorno dopo mesi a scrivere qualcosa che non siano poesie deliranti. Devo ammettere che il delirio mi viene bene rispetto a tutte le prese di consapevolezza con cui sto cercando di confrontarmi. Mi sento in dovere di parlare di come sto vivendo questo primo anno di università, della sfida che per me costituisce. E forse bisognerebbe parlarne da un punto di vista umano, ci soffermiamo sempre tutti sulla difficoltà dello studio, sulla mole di materiale, sull’organizzazione, sulla complessità delle materie affrontate. Ma essendo una chiavica in ognuno di questi punti preferisco scrivere di quello che so fare meglio: introspezione, cercando di lasciare da parte l’agonia, la disperazione, i momenti di cupio dissolvi che sono irrilevanti per la causa. Partiamo.

Quest’anno ho intrapreso un nuovo cammino con due piccole certezze al mio fianco, piccole ma solide: che il mio ragazzo mi amasse, e di essere capace di studiare. Entrambe si sono frantumate in pochi mesi. Sulla prima non mi soffermerò, le cose a volte devono per forza andare in un certo modo e per quanto sia doloroso col tempo si capisce cosa c’era di sbagliato e ci si rende conto di essere più forti di quello che ci si sarebbe aspettati. Ci sono difficoltà che, sul momento, temiamo ci spezzino, e invece poi scopriamo di essere in grado di affrontarle, con il nostro tempo, da soli possiamo curarci le ferite ed imparare. Questo è stato il primo pilastro che è crollato e ha reso le cose un po’ più difficili. Il secondo invece, non è andato in mille pezzi così di botto, più che un’esplosione è stata una lenta implosione, una sorta di emorragia interna. Credevo che impegnarsi sarebbe stato facile, e invece ho scoperto che il difficile sta proprio lì.

Lo svantaggio di frequentare una facoltà come fisica è che si conoscono una serie di soggetti che, per forza di cose, sono super appassionati, super motivati, passerebbero ore e ore sui libri, ci si immergerebbero completamente e approfondiscono argomenti complicati per poter entrare nel vivo. E’ pieno di ragazzi che ammiro per la loro dedizione, il loro entusiasmo, a volte anche senza raggiungere risultati esorbitanti. Io non sono tra queste persone e questo è stato dall’inizio un punto di enorme frustrazione. La scelta di questa facoltà io l’ho effettuata per pragmatismo e curiosità, senza sapere bene a cosa mi avrebbe portato, ma con la consapevolezza che sarebbe stata un’enorme sfida che mi avrebbe aiutato ad abbattere molte barriere, a riconoscere e superare molti miei limiti. E sta avvenendo. O meglio, ora come ora li sto riconoscendo sti’ limiti, sul superarli probabilmente ci vorrà ancora un po’.

Di che limiti parliamo? Il limite di darsi da soli delle regole, dei confini. Ce ne accorgiamo con lo studio. Darsi un tempo, farsi una scaletta, organizzare il tempo, i corsi da seguire, gli esami da dare. La quantità di cose da fare è troppa per permettersi di avere la mente in disordine. Bisogna sapersi dare dei vincoli perché con l’università entriamo in una dinamica in cui studiare diventa il nostro lavoro, non è più passare una verifica, ora abbiamo la libertà di scegliere cosa fare e la responsabilità che ne consegue. E’ un peso considerevole, per me lo è. E mi rendo conto dell’estremo disordine della mia vita, dei miei pensieri.

Non avevo considerato che la mia mente non fosse abituata alla fatica. Ogni cosa al di fuori di uno schema è faticosa e il cervello fa di tutto per crearti degli alibi che ti evitino di faticare anche se ti devastano psicologicamente. Non riusciamo a concentrarci, non sappiamo bene cosa studiare perché ci sono troppe cose e non sappiamo da dove partire, vorremmo più tempo ma anche con più tempo ci prepareremmo di merda per quell’esame. Il cervello inizia a macinare: “non sei capace, questa non è roba per te, lascia perdere, non sei nemmeno in grado di studiare, ci riescono tutti tranne te. E cosa vai a fare se lasci l’università? La cameriera? La zoccola? Brava, vai a fare quello, è l’unica cosa che sai fare. Sei un peso per tutti, ti impegnassi almeno, stronza, invece di stare qua a piangerti addosso tutti i giorni. Patetica. Perché esisti? Dovresti morire, vorrei che morissi”.

Questa è una delle conversazioni standard che ho con il mio cervello quotidianamente. Le cose che si arriva a dirsi a volte sono così cattive da distruggerci come una lunga serie di coltellate, e quando si è a pezzi, improvvisamente, si ha un valido motivo per non studiare. Sentirsi delle merde è sempre una scusa che funziona da dio per evitare la fatica, o di fare semplicemente quello che si dovrebbe. Quel gran figlio di troia del nostro cervello ha fatto uno sforzo immane per svilirci del tutto ma vigliacco il cazzo che impieghi le stesse energie per farmi imparare il teorema del momento angolare. Il bastardo.

Ci si rende sempre conto di quello che non quadra tutto in una volta, e i problemi sembrano troppi, e il problema più grande sembra sempre che sia tu. Arriviamo a preferire di odiarci pur di non fare la fatica di tirarci fuori d’impiccio, di rimboccarci le maniche e fare qualcosa. L’importante è fare qualcosa e non lasciarsi fagocitare dalla vacuità dei propri pensieri. Ed ogni giorno ritentare. L’ho vissuto sulla mia pelle nell’ultimo periodo e sono arrivata a farmi delle domande. Perché faccio sempre gli stessi errori? Perché ogni volta che riprovo casco sempre nello stesso punto? Perché non mi viene naturale come viene a tutti? Perché il mio cervello continua a rifuggire il dovere e non sa darsi dei fottuti limiti? In nulla. Improvvisamente ti accorgi che quando hai piena libertà decisionale non sei capace di darti delle regole in nulla: col cibo, col sesso, col divertimento, con lo studio, con l’alcol. Niente. Subisci ogni cosa e se è divertente ti lasci trasportare completamente senza capire quando bisognerebbe staccare, se è difficile o impegnativa ti inabissi fino a stare male nei vortici astrusi della tua inadeguatezza.

Sono stufa di andare a letto pensando di aver fallito, con la consapevolezza che per l’ennesima volta non ho tenuto duro. La vera sfida è andare avanti a combattere pur sapendo che perderemo. La vera sfida è combattere, sempre, a piccoli moderatissimi passi, e se ci accorgessimo di avere la tenacia di tener testa alle difficoltà impareremmo ad apprezzarci un po’ di più.

Domani studio, una cosa vecchissima, per un esame che non passerò, con migliaia di altre cose davanti da fare e da imparare. Ma domani è un intervallo di tempo finito, e mi interessa di come dormirò domani sera, e non di tutti gli obiettivi che avrò o non avrò raggiunto tra tre anni. Domani sera. Voglio chiudere gli occhi e sentire che il tempo che ho non è andato sprecato. Che da ogni giorno riesco a dare un minimo di valore alla mia vita, un minimo di valore a me stessa.

 

Camilla