Turning Point

E quando arriva la notte e resto sola con me

La testa parte e va in giro in cerca dei suoi perché.

Né vincitori, né vinti, si esce sconfitti a metà.

L’amore può allontanarci,

la vita poi continuerà.

 

Ritorniamo in pista. Secondo semestre. Comincio inaspettatamente carica nonostante il cieco terrore che mi attanagliava appena prima di iniziare.

Un evento particolarmente sgradevole che è stato protagonista della mia sessione di esami mi ha in qualche modo dato la spinta per affrontare questi prossimi mesi con un nuovo spirito. Il mio ragazzo mi ha lasciata, e fidatevi, mi sono trattenuta per evitare di scrivere un’infinità di poesie disperate, deprimenti ed una sfilza di post alla Bridget Jones maniera. Credo di poter affermare senza esagerazioni che le ultime quattro settimane sono state le peggiori della mia vita, almeno finora. Il dolore più atroce con il quale abbia mai avuto a che fare, e forse questo è dettato dal fatto che finora, nonostante i miei sbalzi d’umore, sono sempre stata abituata a stare bene. Mi sento di scrivere ora quest’articolo perché è il momento giusto, prima non avrei potuto.

Quando le cose sono belle non ci si aspetta che finiscano, o che possano essere sbagliate. Non ce lo aspettiamo. Voglio tanto bene al mio ragazzo, non riesco nemmeno a definirlo ex, perché è stato per un lungo periodo anche il mio migliore amico, una persona che ha reso meravigliosi questi ultimi due anni e senza la quale pensavo di non trovare la forza. E’ e sarà dura convincersi del contrario. Ma forse questa scelta che ha preso vuole insegnarmi qualcosa. Finora entrambi ci eravamo nascosti l’uno nell’altra, nella nostra relazione, sotto le coperte al caldo, in un luogo sicuro dove potevamo sfuggire dalle nostre paure, dalle nostre insicurezze, dai nostri dubbi per il futuro. Ma lui si è reso conto prima di me che così non poteva andare, che stare insieme ci impediva di intraprendere un cammino, ognuno il suo. Bisognerebbe viaggiare su sentieri paralleli, tenendosi la mano e standosi vicini, affrontando ognuno le proprie difficoltà ma con il supporto e l’affetto dell’altro, e assieme, costruire qualcosa, guardare in là, in prospettiva. Noi eravamo fermi in un punto, invisibile e piccolo, nascosto dal mondo, senza andare avanti.

E la paura mi ha bloccato. Ho pensato che senza di te non avrei potuto farcela. Per questo mi hai lasciato andare, per dimostrarmi che non è vero, per insegnarmi ad essere la prima a credere in me stessa. E l’hai fatto perché tu credi in me.

Anche io credo in te, piccolo mio, buon viaggio.

Camilla

Psiche punitiva

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Meno tre giorni agli esami. Primo weekend che passo da sola a Pavia, senza tornare a casa. Mi pesa non vedere le persone a cui tengo, soprattutto considerando il momento, ma date le circostanze è meglio così, perderei fin troppo tempo. Oggi la mia giornata è stata relativamente improduttiva, al bar tutto il giorno con un amico, ad inframezzare lo studio e la demotivazione con momenti di riflessione filosofica.

I miei pensieri non mi hanno lasciata sola per neanche un istante. Sono così stanca di dover lottare con loro, con la mia testa che non fa altro che dirmi cose negative su me stessa e sulle mie capacità. Sono stanca di svilirmi. Sono stanca. Sono stanca di tornare a casa e pensare che avrei dovuto studiare almeno otto ore filate e se non l’ho fatto allora merito di andare male all’esame, anche al più facile. Tanto chiunque lo supererà meglio di me. Basta sentirmi dire queste cose da me. So già come potrebbe andare, cosa potrebbe accadere nella peggiore delle ipotesi ed il solo pensiero in sé mi terrorizza. Perché devo spendere tutte le mie energie a trovare validi argomenti per abbattermi? Del mio meglio. Dovrei solo fare del mio meglio. E c’è sempre quella vocina che mi dice che potevo fare meglio del mio meglio, che forse quello non è davvero il mio meglio, ma il mio meglio sarà quando tornerò a casa talmente distrutta da non cenare nemmeno. Perché ho quest’ossessione masochista di dover soffrire prima di essere soddisfatta? Oggi ho capito qualcosa, magari mi sono messa meno sotto con lo studio rispetto ad altri giorni, ma mi sono fatta spiegare dei concetti importanti, utili, è già un buon obiettivo, no? No. Non è mai, mai abbastanza. Starmene chiusa in casa a volte è di tale conforto, crea alla mia testa delle minuscole barriere che le impediscono di dar vita ad un severo confronto con chiunque mi si presenti innanzi.

Stasera minestrina e poi letto. Per punirmi.

 

Camilla

 

NB: sfogo veramente inutile, so che non gioverà a voi lettori. Ritornerò presto con post motivazionali, giuro!

Dalle cronache di un’universitaria con considerevoli sbalzi d’umore

So beautiful.

Punto della situazione: serenità insolita, serenità inaspettata, serenità sospettosa.

Credo sia una sorta di “canto del cigno” psicologico, manca poco più di una settimana agli esami e sono tranquilla. Sto cercando da un paio di giorni di indagare su quest’inspiegabile stato del mio cervello ma niente, non c’è un valido motivo per stare tranquilli, eppure lo sono. L’unica certezza che mi rimane è che nel giro di ventiquattro ore dovrebbe tornare tutto alla normalità e ripiomberò nell’abisso delle mie angosce. Quindi credo che sia più che lecito crogiolarmi in questo stato d’animo finché posso.

Ieri sera rasentavo il delirio, dopo un colloquio con un mio professore mi sono piazzata in biblioteca, distratta ma motivata sono rimasta fino alle sette di sera, una volta a casa, dopo aver lavato i piatti, preparato la valigia, fatto tutta una serie di cose poco da me, ho deciso di sedermi al tavolo e di finire i miei schemi. Vi spiego. Per me è strano mettermi a studiare nel mio appartamento di Pavia, lo considero come un piccolo rifugio e quando torno dall’università, dopo una giornata stressante in cui ho dovuto mettere a dura prova la mia autostima scervellandomi su concetti difficili, voglio solo rintanarmici, prepararmi la cena, guardare un film e crollare a letto. Se proprio torno presto mi metto a fare qualche esercizio, ma è raro, e solitamente lo faccio in preda a crisi d’ansia. Ieri è stato quasi adrenalinico, una botta di energia mi ha dato la carica per finire una volta per tutte quei dannatissimi schemi e non mi sono alzata da quella sedia finché non li ho finiti. Al termine ero esausta ma pienamente soddisfatta di me e della giornata, caso più unico che raro. E’ meglio che faccia considerazioni su me stessa in questi rari episodi di ottimismo cosmico prima di ripiombare nella paura.

E’ incredibile come diventi difficile vedere tutti i lati negativi che si vedevano nitidamente prima quando si è in un momento buono.

 

Camilla

 

NB: l’immagine non ha senso, è che ho cercato “ottimismo” e mi è uscito questo elefante. Mi ci sono immedesimata molto.

Confort Zone

Ho passato delle vacanze di Natale che non sono da considerarsi eccessivamente positive.
O eccessivamente natalizie.
O eccessivamente come dovrebbero essere delle dannate vacanze. Ma in ogni caso sono finite.

E’ stato dal primo all’ultimo giorno un combattere quotidianamente contro l’angoscia per gli imminenti esami, contro il peso della propria inadeguatezza, contro concetti ostici da comprendere in tempi brevi. Ho impiegato più del doppio del tempo previsto per finire un argomento. E’ sempre suggestivo crearsi un piano di studi e sforare come se non ci fosse un domani. Ad ogni modo siamo arrivati al dunque. Questa sera tornerò a Pavia, al mio appartamento freddo ma accogliente, alla cupola del Duomo che la mattina si illumina di quella luce rossiccia quando il sole comincia a stiracchiarsi, al dipartimento di Fisica ed alla sua biblioteca un po’ triste dove passerò il prossimo mese e mezzo a studiare. Partire è sempre un momento che genera dell’agitazione dentro di me. Per quanto sia riuscita ad ambientarmi in questi mesi, ogni volta tornare a casa mi fa sentire la differenza, mi fa capire dove continua ad essere la vera casa. Sono le persone. Le persone che mi danno quel calore e quel conforto che non riesco a sentire quando sono a Pavia. Che non riesco a sentire perché so, ogni mattina, di dovermi affrontare, me da sola contro me stessa e contro i miei pensieri, contro il mio cervello e la mia paura che tentano continuamente di affossarmi, di indebolirmi, di farmi sentire stupida, inadatta. So che non è così, so che fallirò, e non sarà nulla di grave, perché il vero fallimento sarebbe arrendersi. Io non voglio arrendermi.

E’ solo così difficile sentire ogni giorno di non essere abbastanza, che l’impegno non è mai abbastanza, che c’è chi si impegna di più, chi capisce di più, chi è più appassionato. Vorrei che la mia testa la finisse di dirmi cose cattive su di me, e si concentrasse solo su quello che devo fare. Mi interessa capire a fondo le cose, mi interessa comprenderne il senso, pian pianino e aprirmi degli orizzonti a prospettive inimmaginate. Sono disposta a non comprendere ogni concetto subito, ma con i miei tempi; sono disposta ad aspettare di superare gli esami dopo qualche tentativo; sono disposta ad impegnarmi, è dura, non sono mai stata abituata ad impegnarmi, ma posso riuscirci. Vorrei solo che non fosse così dura tener testa alle proprie paure ed insicurezze. Sono stanca di incassare male ogni colpo che mi arriva, per quanto piccolo. Vorrei riuscire a guardarmi giorno per giorno, senza cercare di vedere avanti, il futuro cosa sarà, voglio arrivare a fine giornata e provare la gratificazione di chi scopre qualcosa di bello.

Camilla

Pensiero scientifico e meraviglia

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Avere la fortuna di saper rimanere impressionati. È di questo che vorrei parlare: la meraviglia. Ho notato, tra le poche cose positive dell’essere una capra in matematica, che, in effetti, averne una ridotta conoscenza mi rende più facilmente impressionabile di altri. Credo che lo studio di materie scientifiche abbia questi due lati ambivalenti: la frustrazione nel rendersi conto di quanto è immenso il bagaglio di informazione che ancora non si conosce, e la soddisfazione che si ha quando dopo ogni tassello, dopo ogni minuscolo concetto si riesce a sbloccare una piccola porta nella propria mente.

Questo discorso nasce da alcune mie scoperte di ieri sera, mentre studiavo Analisi I. Me ne stavo seduta in biblioteca cercando di non pensare che manca meno di un mese all’esame, e non so fare nulla, e sono inutile, e sono incapace e sei anche brutta e cattiva non ti vuole nessuno eccetera. (Il mio cervello è un demonio a creare collegamenti quando si tratta di autodistruggermi psicologicamente). Fatto sta che il mio obiettivo era di concentrarmi sul presente, su quello che stavo studiando in quel momento ed improvvisamente, capendo un concetto, mi colpì in faccia una rivelazione pazzesca. Sarà banale per un bravo matematico, io mi sono sentita come se la mia visione, tutto d’un tratto, diventasse più chiara. Ovviamente è stato quello a darmi la botta di positività necessaria per scrivere e, come sapete, essendo molto ma molto precaria, ho dovuto approfittarne per spargere speranza.

Sono piccole conquiste e credo che sia così che bisogna procedere, umiltà e voracità di sapere, e curiosità e capacità di immaginare, di accettare ciò che sembra impossibile.

Per questo la scienza unisce le persone, non nel senso che tutti debbano essere scienziati. Il cuore pulsante, il motore della ricerca sono coloro che hanno passione, con il desiderio di imparare e di lasciarsi continuamente stupire. Il pensiero scientifico è molto più che fredda razionalità, è fiducia nel futuro, negli altri, nella scoperta, nel mondo. Io credo che, in realtà, il pensiero scientifico renda più ottimisti.
Camilla

Black Holes of Knowledge

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Forse è normale perdere il senso di quello che si sta facendo. Sono così concentrata a volte a capire dei concetti che perdo il senso generale, a che serve, di cosa stiamo parlando. Per questo gli esercizi mi sembrano così complicati, perché è la concretizzazione di quello che credevo di aver capito, ma la realtà è che quel poco a cui sono arrivata ragionando ed analizzando mi mantiene comunque in una dimensione così astratta alla quale sfugge l’applicazione.

Sembra che ogni persona qui non abbia questo problema, tutti hanno ben chiaro dove si va a parare. Sembra di studiare cose che trascendono la mia capacità di comprensione. Così tante nozioni, così tanto sapere sul mondo che vorrei riuscire ad esserne vorace ed invece la consapevolezza di tutto quello che mi manca mi schiaccia, mi soffoca, mi opprime.

Non dovrei pensare che tutto questo è più grande di me. E’ che a volte mi sento quasi non degna. Ma ad ascoltare la propria testa ci direbbe che non meritiamo nulla di ciò che abbiamo.

Camilla

Polenta

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Reduce da un mezzo meltdown sento di dover rendervi partecipi di alcune mie scoperte sperando che possano per voi cari, numerosissimi ed affezionatissimi lettori (ciao mamma, parlo di te) essere un giorno utili.

Settimana negativa. Ho evitato il tracollo emotivo giusto perché per Halloween il mio ragazzo ha avuto cuore di stare qui con me. Coccole, cibo ed una serie di altre variabili che sarebbe poco fine stare a descrivere mi hanno aiutato a posticipare il più possibile l’angoscia. Ma alla fine Ella inevitabilmente giunse e mi colpì come una mazza da baseball sui denti. Il giovedì mattina si è basato sul cercare di smettere di piangere per rendersi presentabili ed andare a lezione (la cosa del rendersi presentabili chiaramente non è venuta troppo bene).

Ed ora eccomi qui, raggiante. Cerco di scrivere questo post entro i prossimi due minuti perché la mia stabilità psicologica è così precaria che potrei perdere la motivazione in un istante.

Cos’è di grande aiuto? Studiare con degli amici. Amici che ne sanno un po’ più di te possibilmente. Amici che non vi prendano in giro se siete più lenti nella comprensione di concetti ostici o anche non ostici, che vi spieghino le cose con calma, senza dare nulla per scontato. Studiare discutendo, potendo fare molte domande e ricevere molti esempi è stimolante per voi e credo possa esserlo anche per chi spiega (me lo auguro). Assistere passivamente alle lezioni spesso fa sentire impotenti innanzi alla propria difficoltà di capire. Farete sempre fatica (escludendo le rare eccezioni che mannaggia a loro hanno già tutto chiaro nel cervello io manco so che cazzo di argomento stiamo affrontando). L’importante è che col tempo prendiate consapevolezza di essere in grado di superare questo gap, e man mano diventiate fiduciosi di poter capire, con i vostri tempi, ogni concetto. Non è facile. Ma studiare con gli amici vi ridà il gusto della sfida con voi stessi, mentre quando semplicemente non capite nulla vi sembra di non aver nemmeno giocato la partita. Cercate il più possibile modi per mettervi alla prova. È durissima. E anche se vi idratate poco come la sottoscritta riuscirete a piangere come dei salici, ma alla fine della salita ci sarà un cazzo di rifugio in cui fanno la polenta!

Che era una metafora terribile per dire che la fatica porta ad avere delle soddisfazioni…e per dire che la polenta vale sempre lo sforzo.

Me ne vado.

Camilla